Il sigillo

scala bianco e nero
Illustrazione di Giulia Cecchinato

 

Il viavai mattutino di furgoni vibranti era stato il preambolo al vociare ininterrotto che avrebbe scosso il palazzo per buona parte della giornata. Dal sesto piano, Bonaldi guardava torvo i nuovi inquilini che prendevano casa pochi metri più in basso. Due nuche sconosciute conversavano con due già note, poi sostituite da altre due o tre e così via, una processione di famigliole che davano il benvenuto ai nuovi arrivati, portavano viveri neanche si fosse in guerra, aiutavano col trasloco. Tanti anni prima avevano provato a fare lo stesso con Bonaldi; lui non aveva neanche aperto la porta.
Seguirono squillanti convenevoli e patti d’amicizia. Dopodiché, Bonaldi osservò una nuca biondo spento chinarsi in direzione della porta e parlare col tono di voce acuto, stupido che si usa con i cani o i bambini piccoli. Dopo pochi secondi di cinguettio, la donna indietreggiò e fece spazio alla carrozzina. Spingeva le ruote un marmocchio – dieci, dodici anni? –, le braccia affusolate contratte in uno sforzo di vogata, la testa rasata alla militare. Il ragazzino si fece strada fino ai genitori, ruotò su se stesso, strusciandosi contro le gambe parentali nella goffa impressione di un gatto. Tra le spalle guizzanti nella maglietta troppo ampia, troppo bianca, teneva incassata la testa che rimaneva, certo per via della sua malformazione, inclinata in alto, così che Bonaldi poté scorgere il suo viso: gli occhi distanti, puntati contro di lui e oltre; il sorriso spalancato e assorto in una strana estasi involontaria, umido di saliva. Sapendosi visto, timoroso che l’attenzione del piccolo storpio potesse condurre i genitori a lui, si riparò dietro il corrimano.
Nascosto alla meglio, continuò a osservare il ragazzino che si contraeva, fletteva le braccia e si issava sulle gambe tremanti. Poi – qui l’uomo trattenne il fiato – si catapultò a schiaffo contro la gradinata. Ma dove ci si poteva immaginare un colpo di fronte o di naso o di costole, lo storpio allungò fulmineo le braccia e si appoggiò sui palmi spalancati con una carezza sul marmo. E prese a salire. Gambe e braccia si incrociavano, torcendosi elastiche, il capo cocciuto e concentrato teso in avanti. Il pubblico si profuse in un coro ammirato. Bonaldi non si curò più d’essere invisibile: guadagnò l’appartamento con un salto e si sbatté la porta alle spalle.

Quella notte si addormentò male, strattonando le lenzuola come il guinzaglio di un cane e, nel sonno incerto, gli parve di udire qualcosa: dei passi nei corridoi e lungo le scale – a tarda notte, nel palazzo abitato da gente tranquilla, non si muoveva mai nessuno, neanche ci fosse un coprifuoco – e gli parve che qualcuno o qualcosa bussasse a qualche porta; ma più che bussare, era un incidere, il grattare di un animale che vuole entrare. Per un po’ ci fu silenzio; poi più tardi i passi e le incisioni ripresero, più insistenti. Quella notte Bonaldi sognò di avere un gatto. Sognò anche di essersi alzato per controllare la presenza di graffi sulla porta lignea, per non trovarvi nulla. Tanto la performance dello storpio aveva sconvolto Bonaldi, che questo si sorprese, da un giorno all’altro, a cambiare le proprie abitudini. Si ripeteva che, se ora si accertava per bene che gli atrii del palazzo fossero deserti prima di scendere, era per evitare gli ultimi condòmini festivi che ancora insistevano davanti alla porta dei nuovi arrivati; che se ora scendeva in punta di piedi era per non correre il rischio di partecipare a quelle moine; che, se prima di aprire la porta tendeva le orecchie e scrutava il pianerottolo attraverso lo spioncino, era per assicurarsi che alla famigliola non fosse venuto in mente di salire a trovarlo.
La verità era che lo faceva per lo storpio. Bonaldi non voleva incrociarlo lungo le scale e sbrogliarsi da quell’intrico di arti incoerenti; gli erano rimasti impressi gli occhi vacui e il sorriso umido e le gambe, e le braccia. Soprattutto quelle, torte e disarticolate, grottesche.

Un giorno saltò fuori che tutte le premure dell’uomo erano inutili; che se il ragazzo voleva sorprenderlo, c’era ben poco che lui potesse fare a riguardo. Bonaldi stava uscendo di casa, non senza aver adottato tutte le precauzioni del caso, quando lo storpio, accovacciato nel punto cieco dello spioncino, gli si strusciò ai piedi. Bonaldi saltò a molla.
Se fino a quel momento l’uomo aveva provato nei confronti del ragazzo un’avversione distaccata e timorosa – avversione da centopiedi, da ragno cui basta star lontani – ora sentiva vero astio. Astio per quelle braccia e quelle gambe con gomiti e ginocchia che salivano a punteruolo, per quel sorriso che si allargava, liquido e affilato, in una sfida amichevole e oltraggiosa.
«Ma cosa vuoi?». Bonaldi sentì le parole uscirgli di bocca prima che potesse rifletterci. Il ragazzino però non rispose; il sorriso vacillò appena. Bonaldi si infervorò. «E cosa ci fai qui? Cosa vuoi, a casa mia
L’altro non sembrava neanche capirlo.
«Ma fila… fila via!». L’ultima frase aveva trillato più incerta e astiosa di quanto Bonaldi non volesse. Il sorriso dello storpio si aprì a ferita, e quello fuggì per le scale, lasciando Bonaldi rapito dalla discesa quadrupede, braccia e testa in avanti e giù, le gambe a seguire, padrone della gravità come una capra di montagna.
Più turbato che mai, Bonaldi tornò dentro, si chiuse la porta alle spalle e si adagiò sul divano. Non ricordava neppure per cosa fosse stato sul punto di uscire poco prima.
Quella sera, tornò il rumore: uno strofinare dolce di unghie, direttamente dall’altro lato della porta. Posò un occhio sullo spioncino. Non vide nulla, ma la vibrazione passò dal legno al vetro alla sua pupilla; si spaventò, indietreggiò silenzioso fino al divano e, di nuovo, si sedette. Si massaggiò le tempie con le dita e rimase lì.

Il mattino dopo suonarono alla sua porta. Oltre lo spioncino, un uomo e una donna lo fissavano a braccia incrociate. Entrambi bassi e ben piazzati, floridi, avevano un’espressione torva. A Bonaldi ci volle qualche istante per riconoscere in loro i lineamenti del piccolo storpio. Sospirò, espirò l’odio verso chi lo disturbava; avrebbe provato ad essere civile. Aprì la porta, aprì la bocca a dire buongiorno, ma fu subito interrotto.
«Sappiamo che gli ha urlato contro, ieri».
Per quanto protetto dal proprio malumore, Bonaldi si trovò in inerme imbarazzo, perfino in colpa, di fronte al cipiglio dei coniugi. Cercò così, proprio malgrado, di giustificarsi. «Guardate, se ho reagito male, è perché son stato preso alla sprovvista. Me lo sono ritrovato giusto giusto sotto il portone, mi sono spa…». Si accorse troppo tardi dell’infelice scelta di parole: quel “sotto al portone” tradiva la natura quadrupede del menomato. Lo “spaventato” uscitogli tronco di bocca, poi, fu un insulto alla sensibilità parentale. I volti già cupi dei coniugi diedero tempesta.
«Spaventato? Spaventato? Guardi che è solo un bambino! Certo, diverso, ma questo non vuol dire che… ma non si vergogna?».
L’imbarazzo di Bonaldi prese una piega di panico. «Ma no», biascicò, «non volevo mica dire…».
«Ma sì, ma sì, sappiamo quello che voleva dire. Ma lo sa, lui, come si sente, a vedersi trattato così? Vergogna!».«Ma le dico che…».
«VERGOGNA!».
Le scuse di Bonaldi non trovavano breccia nella parola su cui la coppia insisteva, scandendo le tre sillabe come una maledizione che presto inibì in lui ogni forza. Alle spalle dei due, sulla sua sedia, apparve il piccolo. E com’era diverso, tutto piegato sulla carrozzina, immeritevole di tanta avversione! Al punto che lo stesso Bonaldi finì per vergognarsi davvero. Ma poi, notando che il sorriso, ora inclinato verso l’alto al punto da sembrare piatto, celava – credette – un’ombra di pietà, e sospettando che i genitori l’avessero issato fin lassù, carrozzina e tutto, proprio per far vergognare lui, cancellò quel sentimento nuovo e si preparò al contrattacco, ad annichilire i due tracagnotti e il malefico deforme con le parole più crudeli. Solo, non ne ebbe la possibilità.
«E sarà meglio per lei che che cose simili si ripetano ancora, eh! Buona giornata! E si vergogni!». E gli voltarono le spalle, e sollevarono pargolo e veicolo, in due, tutti sbilenchi, e Bonaldi, col veleno pronto in bocca, fu di nuovo solo in corridoio. O così credette, prima di guardarsi intorno e scoprire, appollaiati ai vari piani, sopra e sotto, gli inquilini del condominio che si godevano, mesti o divertiti o scandalizzati, la scena. E si sentì avvampare, e si avvolse tutto nelle spalle, e tornò dentro bofonchiando «Roba da matti!» o qualcosa di simile, provando forte il desiderio, invece, di sprofondare giù per la tromba delle scale, a missile, fino al pianterreno e oltre.

Il rinnovato malumore di Bonaldi durò per giorni, guastandogli il cibo nel piatto, scomodandolo sul divano, appesantendogli il passo. Magari si sarebbe potuto dimenticare della figuraccia causata dai due imbecilli, se non fosse stato per il ragazzino che, con la sua sola presenza, metteva il sale nella ferita; e Bonaldi doveva pure badare bene a come si comportava con lui, pena un’altra sfuriata parentale (alla cui sola idea gli montava proprio la bile, e avrebbe preso a morsi le scale di marmo, il corrimano di ghisa, le porte di legno).
Pure di notte, quando si chiudeva nell’appartamento, dove poteva lasciar fuori tutto il resto del mondo con le sue bizzarrie, faticava a trovare pace: perché sempre più chiaro gli arrivava quel fruscio grattato di gatto o di ragno. Allora accendeva la radio o la televisione; ma poi a letto pareva gli arrivasse ancora il rumore, come se il ragazzo stesse compiendo un secondo giro di quella sua inspiegabile ronda – o forse era solo l’immaginazione di Bonaldi, il suono ormai inciso nel suo subconscio – e si ficcava il cuscino nelle orecchie; ma così, col rombo di cotone  premuto nei timpani, gli si accendeva più forte, dietro le palpebre, la figura del ragazzo: i movimenti magnetici, lo sforzo olimpionico del tuffo dalla sedia sul marmo, l’ingresso in una dimensione privata dove le gambe e le braccia assecondavano il serpente vertebrale pulsante sotto la maglietta, il collo che si riadattava, guidando il resto del corpo in ascese e planate proibite ai bipedi. Bonaldi prese l’abitudine di alzarsi, andare alla porta, tastare la chiave; scoprirla già chiusa a triplo giro, rigirarla, richiuderla, torcere il polso anche quando la serratura non permetteva più alcuno scatto.
La parte peggiore di tutta quella situazione– benché Bonaldi non osasse ammetterlo neppure a se stesso – era una sorta di dolorosa solitudine nata dal fatto che gli pareva di essere l’unico a notare il fenomeno. Era evidente che era il ragazzino a fare tutto quel baccano di notte; prima dell’arrivo della famigliola, non si erano mai sentite quelle processioni notturne di passi felpati e carezze raschiate sulle porte del condominio; qualcun altro doveva pur averlo notato, e qualcun altro doveva pur provare lo stesso fastidio. D’altro canto, Bonaldi doveva convenire che, se anche qualche condomino si fosse trovato nel suo stesso stato d’animo, non sarebbe certo venuto a parlarne con lui.

Ci vollero giorni prima che Bonaldi si decidesse a vederci chiaro. Una sera, sentendo le carezze che si levavano dal ventre del palazzo, ripeté cocciuto l’esperimento dello spioncino. Mentre tutto era immobile, in una penombra densa, si concentrò sui rumori, e immaginò di indovinarne l’origine precisa: un passo su un gradino dopo il terzo piano, un altro sul pianerottolo del quarto, la mano appoggiata in una spinta alla parete circolare là dove la scalinata curvava. Nel mezzo, intervalli di quel grattare di gatto o di gessetto, costanti e regolari, sempre più vicini.
Un’ombra annunciò l’arrivo del ragazzo a pochi metri dalla porta di Bonaldi. La lente convessa arcuò una mano protesa sul pianerottolo, poi la testa e, un po’ per volta, tutto il resto. La sagoma tonda del ragazzo ondeggiò verso la porta dirimpetto a quella di Bonaldi. Lì, deforme e male illuminata, parve tremare come una fiamma di candela, alzarsi, sollevare una mano. Quindi tornò il suono, e Bonaldi intese che, in qualche modo strano e apparentemente illogico, lo storpio stava scrivendo qualcosa. Quando ebbe finito, quello si chinò di nuovo e parve abbassare il capo a terra; oltre la porta chiusa, l’uomo sentì lo schiocco di un bacio, simile alla laccatura di un sigillo. Quindi, si girò e si mosse verso la porta di Bonaldi. L’uomo decise che ne aveva abbastanza; si allontanò, accese il televisore. Il volume al massimo sigillò ogni rumore esterno. Passarono lunghi minuti e, finalmente, Bonaldi credette di sentire di nuovo una porta che sbatteva ai piani bassi. Non riuscì a trattenere un sospiro di sollievo. Cercò di riflettere, poi si sforzò di smettere; aveva deciso di mettersi a letto, quando una porta sbatté di nuovo e i passi ripresero. Allora Bonaldi si rimise all’uscio, esitante, snervato, ma curioso. Qualcosa non andava. I fruscii stridevano, le incisioni ferivano. Diede la colpa alla stanchezza, alla notte che deformava e inquietava ogni cosa; ma quando l’ombra tornò ad appoggiare una mano all’angolo di pianerottolo che Bonaldi riusciva a vedere dallo spioncino, lo schiaffo raccolse il gradino di marmo come se fosse un animale morto, e l’uomo si ritrovò a tremare. Si disse che ne aveva abbastanza, indietreggiò piano, si sdraiò sul sofà e si coprì la faccia con un cuscino.
Era solo questione di tempo prima che i rumori, dopo aver attraversato la porta e ogni forma di difesa predisposta da Bonaldi, gli si incidessero nel sonno e ne scrivessero i sogni.
A volte Bonaldi sognava che le dita del ragazzo suonavano come chiodi, e lui sapeva che doveva impedirgli di salire. Allora si fiondava alla porta e girava la chiave della porta chiusa tre, dieci, venti volte, si fiondava sul pianerottolo e da lì sentiva i passi come schiaffi bagnati; tirava una leva che faceva crollare i gradini, senza alcun rumore, nel vuoto. Vittorioso si affacciava oltre il corrimano, ma gli schiaffi non cessavano e dopo un istante, dall’ombra, spuntava il ragazzo, sulla parete spiraleggiante, con movimenti da centopiedi, e saliva con uno spicchio di luna al posto del viso e Bonaldi allora rientrava e provava a girare la chiave di nuovo, ma la serratura gli si rompeva in mano e lui rimaneva chiuso fuori.
Altre volte il suono si avvicinava e Bonaldi faceva per chiudere la porta, ma al posto della toppa c’era un buco a forma di luna o di falce e lui non possedeva una chiave adatta. Allora spingeva l’armadio contro la porta, incodava il divano all’armadio e, per buona misura, andava a prendere il letto e lo infilava tra il divano e la parete. Sfinito ma sereno, sentiva il bisogno di sdraiarsi sul letto ora fuori posto, e si avvolgeva nelle coperte. Fuori, le dita del ragazzo incidevano, e la vibrazione attraversava la porta e percorreva il divano, fino a cullare Bonaldi steso nel letto. Ma la vibrazione si trasformava presto in una serie di colpi, un bussare di cannone, e tutto tremava e Bonaldi si sentiva comprimere nel letto schiacciato sempre più piccolo contro la parete man mano che la barricata cedeva, e benché lui avesse gli occhi chiusi e si fosse tutto avviluppato nelle coperte, vedeva che dallo spiraglio sempre più ampio della porta ora aperta entrava un ragno con una mezzaluna disegnata sul dorso. O ancora, lo sentiva arrivare, salire le scale, strisciare sul pianerottolo, aprire la porta, i passi accompagnati da un’idea di note discordanti a cui Bonaldi dava le spalle ma che non poteva ignorare e allora scappava verso una finestra, vi si arrampicava e saltava, avrebbe voluto volare ma lui non faceva quel tipo di sogni, così si accontentava di cadere a terra, di morire nel sogno e svegliarsi vivo nel suo letto, nella sua stanza, nel suo appartamento dalla porta ben chiusa, sicura.

Col sonno rovinato e la veglia ammorbata, Bonaldi decise finalmente che era ora di farla finita. Scartando subito l’idea di tentare un dialogo con i genitori dello storpio, optò per affrontare il ragazzo direttamente: l’avrebbe sorpreso, faccia a faccia, durante una delle sue ronde. Poco importava se questo avrebbe portato a uno scontro con i genitori.
Studiò un piano: scese le scale e, quando fu certo che nessuno l’avebbe visto, si mise carponi, tentando di emulare la difficile arrampicata del ragazzo. Voltò la testa e osservò il proprio pianerottolo dall’angolazione dello storpio: se qualcuno si fosse accucciato lì dietro, al buio, il corrimano avrebbe dovuto nasconderlo. Così, quando iniziò a fare buio, uscì e si sedette per terra, appoggiando la schiena alla porta. La luce calava e il pianerottolo iniziava ad offuscarsi, le ombre brulicavano sui contorni delle cose con un’insistenza da formicaio. Sul pavimento freddo e duro, Bonaldi lottò contro le gambe che perdevano sensibilità; fissi sul breve corridoio, i suoi occhi parevano annerirsi, e dovette lottare anche contro quel nuovo torpore, sbattendo le palpebre di continuo. Le formiche avevano coperto quasi ogni cosa, quando il ragazzo uscì. Bonaldi si concentrò sugli schiaffi e sul fruscio: prese a respirare piano piano, sforzò in tensione ogni muscolo, pur senza muoversi. La complessa processione del suo avversario non sembrava avvicinarsi mai e Bonaldi arrivò a temere che l’altro lo sapesse lì, e che non sarebbe mai salito. Ma a un certo punto, inequivocabili, i passi giunsero da qualche parte poco più in basso dell’uomo, vicino al suo orecchio destro, frammentati dal corrimano. Infine, gli fu davanti. Il ragazzino non parve accorgersi di Bonaldi. Gli voltò le spalle e si concentrò sulla porta dirimpetto.
Lo storpio gattonò fino alla porta, dove si accucciò: quindi, facendo leva sulle gambe storte, appoggiandosi con le mani alla porta come ci fossero dei pioli, si sollevò; le gambe tremanti per lo sforzo, il respiro concentrato – era forse la prima volta che Bonaldi poteva sentire un qualunque suono uscire dalla sua bocca –, si sollevò quasi completamente dritto. Ora, una mano si staccava dalla propria funzione di supporto, si levava all’angolo superiore della porta, allungava un dito – intanto i tendini vibravano, le vertebre scricchiolavano! – e scriveva. Così pareva a Bonaldi: che il piccolo storpio, col dito teso, col polpastrello che carezzava il legno, scrivesse come fanno i bambini sulla sabbia, in un ordine tutto suo: una serie di segni invisibili dall’alto in basso, poi all’angolo opposto ma da sinistra a destra, poi ripartiva dal centro, si appoggiava con un breve tocco alla maniglia quasi per intingerne inchiostro, e riprendeva. Ecco il rumore che Bonaldi continuava a sentire, di gesso, di unghie di gatto, di carezze. Una volta soddisfatto, il ragazzino iniziò ad abbassarsi con una serie di tremiti che lo portarono a un rilassamento finale, alla sua posizione abituale. Appena le mani ebbero toccato terra, chinò il capo giù, sempre più in basso; un lieve bacio stampato, un sigillo.
Bonaldi era, proprio malgrado, rapito. Tanto che fece fatica a riscuotersi quando l’altro, finalmente, si voltò, e giunse il momento di agire. Appena lo storpio fu abbastanza vicino, Bonaldi si alzò di scatto – le gambe intorpidite lo sorreggevano a mala pena, la pressione della salita improvvisa gli riempì gli occhi e la testa di sangue – e scagliò la mano contro l’interruttore della luce. Lottò contro il flash della lampadina, mentre il ragazzo indietreggiava tutto aggrovigliato, gli occhi socchiusi e il sorriso perenne appena contratto, ironico senza volerlo.
«Ma cosa stai facendo, si può sapere?». La voce, che avrebbe voluto ferma e austera, gli uscì sgarbata, quasi isterica. Si rese conto allora che la domanda tradiva una curiosità sincera, e si sentì davvero frustrato quando il ragazzo, come c’era da aspettarsi, non rispose, limitandosi a scuotere la testa per scacciare dai propri occhi la luce dolorosa.
Bonaldi non si arrese, e rincarò la dose. «Allora? Cos’è questa cosa che fai tutte le sere?».
Il ragazzo indietreggiava.
«RISPONDI, PERDIO!». E si gettò sullo storpio che, terrorizzato, si sbilanciò. Bonaldi lo afferrò per un polso, ma quello si divincolò, si gettò all’indietro, la schiena colpì il primo gradino, poi si rovesciò. Bonaldi lo osservò impietrito compiere quelle prime evoluzioni. Poi la luce si spense. Ignorando i tonfi che riecheggiavano lungo la tromba delle scale, si fiondò sull’interruttore; ma quando tornò la luce, il ragazzo non si vedeva più. Dai piani inferiori saliva un arrancare sgraziato, una serie di respiri pesanti, una porta che si apriva e poi si richiudeva.
Bonaldi rientrò tremando, e si gettò a letto. Aveva riportato una vittoria – dubitava che lo storpio sarebbe tornato alla sua porta – ma la sua coscienza ne stava pagando il prezzo. Appena chiudeva gli occhi gli si scuoteva in testa l’immagine del ragazzino che ruzzolava giù per le scale, quella fuga di tonfi sordi e violenti. Non riusciva a prendere sonno perché pensava alla reazione dei genitori del piccolo – e di tutto il palazzo – una volta saputo dell’incidente. Non era poi strano che non lo fossero già venuti a cercare? Che il ragazzino avesse mantenuto il segreto? Quest’ultimo pensiero era quello che più gli dava il tormento, quello strano sentimento di complicità col ragazzo, accentuato – o forse generato – dal senso di colpa, e quasi lo portava a sperare che quello tornasse, che non abbandonasse le sue insensate abitudini: in sostanza, che qualunque tipo di benedizione portasse nella sua processione, non lo escludesse, nonostante il torto che gli aveva fatto.

Così Bonaldi quasi saltò sul materasso quando udì, o così gli parve, una porta che si apriva, passi palmati di mani e carezzati di piedi, e il suono di gesso sul legno. Il ragazzo iniziava la sua seconda ronda! L’uomo si sentì pieno di una gioia inspiegabile, di cui si vergognò appena e che giustificò con una pratica convinzione: lo storpio stava bene, non si era ferito cadendo e lui, Bonaldi, non avrebbe avuto problemi per l’accaduto.
Certo, questo non spiegava perché decidesse, allora, di alzarsi, infilare un paio di pantofole e uscire di soppiatto, accucciandosi davanti alla porta con delicatezza. Bonaldi sentiva il bisogno di rincontrare il ragazzino, di porgergli scuse che, con sua stessa sorpresa, erano sincere. E, fatto ancora più sorprendente, voleva davvero provare a capire quel rituale insensato.
Si mise davanti alla propria porta; lasciò la luce spenta, per non spaventare ancora lo storpio. Prese a respirare piano, per concentrarsi sui rumori emessi dal ragazzo; in qualche modo gli parevano diversi: l’ascesa sembrava circospetta, i fruscii si attardavano di più su ogni passo, adagiandosi sui gradini di marmo con setole e ventose. Quando il ragazzo si soffermava su una porta e iniziava a scrivere, l’abituale rumore di gesso si rivestiva di uncini. Quella specie di stridore riportò Bonaldi alla musica dissonante dei suoi sogni. Involontariamente si agitò contro la porta, la sua schiena cigolò come gomma contro il legno. Allora gli parve che il ragazzo si fermasse, che ascoltasse; si levò il risucchio di un paio di narici, e a Bonaldi parve che l’aria attorno a sé lo tradisse, che quel respiro gli calasse addosso un freddo vuoto, che gli portasse via qualcosa. E subito i passi ripresero, accelerarono, si avvicinarono, e Bonaldi seppe che l’altro sapeva, e seppe all’improvviso che l’altro non era ciò che lui aveva deciso di attendere lì fuori, e che attendere lì fuori era stato un errore e che, prima ancora, era stato un errore non permettere al ragazzo di marchiare la sua porta.
Allora si alzò, barcollò sulle gambe assonnate e sulla schiena dolorante, cadde sull’interruttore della luce, che non si accese. Tornò alla porta – lo storpio correva dall’altro lato del corrimano, così vicino – e cercò la maniglia, le dita che strusciavano invano sulla porta liscia, senza trovare il familiare ottone – era dietro di lui – poi lo trovò, il metallo, abbassò, sbloccò girò spinse. Mentre ventose e uncini minacciavano i pochi centimetri che separavano l’uomo dallo storpio, Bonaldi entrò e si chiuse la porta alle spalle e girò la chiave tre volte, tutte le volte possibili. Poi si gettò sull’interruttore accanto alla porta, senza badare al dubbio terrificante che anche questa volta la luce non si sarebbe accesa. Si accese, invece, e Bonaldi si concesse di respirare, di asciugarsi il sudore che gli bagnava la fronte; di sedersi. Ansimante, cadde sul sofà, fronteggiando la porta immobile, silenziosa. Non sapeva cosa fosse successo lì fuori, non sapeva cosa si fosse immaginato; lasciava che ogni ansito si portasse via qualcosa, fino al momento in cui avrebbe creduto, con ogni ragione, di essersi lasciato suggestionare dall’angoscia.
Fissò la porta, fino a quando quella vibrò di un rumore di uncini e ventose che indugiavano ora in alto, ora in basso, cercando qualcosa. Non la trovarono, e allora presero a grattare e graffiare con insistenza, e la porta gridò e tremò, e il rumore riempì l’aria e Bonaldi si ritrovò a coprirsi le orecchie con le mani; e, attraverso i propri palmi rombanti di sangue, si sorprese a gridare.

Poi il rumore cessò. Bonaldi tacque. La chiave girò. La porta, priva di sigillo, non poteva offrire protezione.
E difatti, si aprì.

 

 

Nicola De Zorzi

 


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