La quarta pizza

Illustrazione di Giulia Corti



«Com’è stata la giornata?».
Miriam fa una smorfia e si guarda quel che resta delle unghie delle mani.
«Pallosa».
«Lo sai che dal lunedì al venerdì l’unica risposta che mi dai è “pallosa”?».
«Prova a cambiare domanda. Cosa c’è per cena?».
«Vado in cucina a vedere. Intanto magari potresti raccogliere qualcosa da terra e aprire la finestra».
Raccatta un cappello di lana dal pavimento e lo lancia alla figlia.
In frigo ci sono tre mele, una confezione di margarina, un barattolo di marmellata quasi vuoto, un mazzo di spinaci, uno yogurt scaduto. Le tazze e i piatti della colazione fanno capolino dal lavandino ricordandole che, tra l’altro, il latte è finito da almeno tre giorni.
«Pizza?», urla in direzione della porta.
Miriam non risponde subito, la sua penna continua a graffiare forte sul foglio. «Ok», dice dopo un po’.
Lei sbuffa, apre forte l’acqua del rubinetto e comincia a insaponare con eccessivo vigore le tazze.
«Ti va se le ordino e tu vai a ritirarle?».
Miriam è già pronta per uscire. Quando le passa accanto, cerca di sfiorarle la faccia, forse vorrebbe accarezzarla, ma Miriam la intercetta e riesce a evitarla.
«I soldi sono nella cassetta dell’entrata», dice abbassando la mano, vergognandosi di se stessa per quel gesto.

Miriam esce sbattendo la porta, lei si siede sul suo letto. C’è puzza di piedi e tabacco e pacchetti di sigarette buttati per terra. Lei da adolescente non ha mai fumato in casa, per evitare almeno quella discussione con i suoi genitori.
Forse è proprio vero che Miriam non la rispetta affatto. Il punto è che non riesce a sostenere lo sguardo di sua figlia: pensa che sia capace di dire cose troppo dolorose. Definitive. Le poche volte che quegli occhi le sorridono, si sente alleggerita come dopo una sentenza che, se non la assolve del tutto, almeno la scagiona provvisoriamente.
Lo scorso weekend ha riso parecchio, Miriam. E non se lo aspettava. Non si aspettava neppure che accettasse di andare con lei a casa di Stefania, non c’era nessuno della sua età. Ma, d’altronde, a Miriam dei suoi coetanei non è mai interessato più di tanto. A nessuna età. Miriam, che il giorno del suo quarto compleanno, mentre lei e il suo ex marito stavano liberando nell’aria i pochi palloncini rimasti, li aveva guardati e aveva detto: «Non voglio mai più festeggiare il mio compleanno». Lei era rimasta con la corda del palloncino rosso attorcigliata tra le dita. «Ma non ti sei divertita?», le aveva chiesto quasi sul punto di piangere. «Sì, è stato bello. Ma non voglio rifarlo mai più». E così era stato, non c’erano mai più state feste o torte. Le facevano dei regali, quello sì, ma Miriam chiedeva che non venissero impacchettati, non le piaceva la carta da regalo. E neanche i fiocchi.
Comincia a riordinare la stanza, anche se sa che a Miriam non piace. Per terra ci sono vestiti di ogni stagione, dal costume alla sciarpa di lana, ma anche pacchetti di sigarette, libri, borse e pinze per i capelli. Cerca di guadagnare un angolino della scrivania per appoggiarci un paio di libri. Al centro del tavolo c’è il diario di Miriam: è un quadernone ad anelli che negli anni si è trasformato in un faldone. Posa lo sguardo su quelle righe fitte ma composte: Domenica 28 ottobre. #colonnasonoradelgiorno: comevolevasidimostrare. Sa che non dovrebbe, ma è curiosa di sapere cosa abbia scritto di quella domenica passata insieme e comincia a leggere.

Oggi l’ho accompagnata al compleanno della sua amica Stefania. Non so perché l’ho fatto, non so se fossi stupita più io o lei. Sembrava contenta, forse ha cercato di abbracciarmi ma gliel’ho impedito, come faccio spesso. Mi fa ridere il fatto che lei cerchi di abbracciarmi. Non è che lo fa e basta. Cerca di farlo. Così, se non ci riesce (e quasi mai ci riesce), bisogna almeno darle atto del fatto di averci provato. E io rimango la solita stronza insensibile.
Sono convinta che non abbia apprezzato la mia scelta di abbinare in maniera quasi grottesca maglia a righe e pantaloni a quadri. Nel suo giro di amicizie e conoscenze c’è un peccato più grave dell’ignoranza o della banale cattiveria: è il cattivo gusto. Lo aborrono, lo temono, cercano affannosamente di tenerlo distante. E invece ci sprofondano dentro, ormai incapaci di riconoscerlo.
Per fortuna le sue amiche non si erano portate dietro i figli: non li conosco bene e non ho alcuna curiosità verso di loro. Mi sembra che si sforzino troppo di non assomigliare ai genitori, ottenendo il risultato opposto.
Alle amiche di mia madre sto simpatica anche se sono un po’ acida. Sto simpatica perché sono grassa, le grasse non fanno paura a nessuno, anche se sono acide. Una acida e con un fisico da copertina, invece, non la inviterebbero mai ai loro compleanni.

Comunque, manco a dirlo, l’argomento più gettonato è stato il coronavirus che ancora non se n’è andato del tutto e come faremo a livello globale e come si può essere realmente utili eccetera eccetera. Ma prima di giungere a queste considerazioni filantropiche, hanno fatto a gara per vedere chi fosse stato colpito più da vicino. Mia madre è stata sul punto di vincere perché non solo conosce un sacco di persone che l’hanno avuto, ma addirittura conosceva uno che c’è morto di coronavirus. Ma poi la sua amica Titti ha tirato fuori il paziente perfetto: giovane, sportivo, nessun precedente in rianimazione. Dice che andava in palestra con lei e che è morto soffocato. Secondo me ha barato. Ma il punto è un altro: ormai stare dalla parte giusta vuole dire conoscere qualcuno che non ce l’ha fatta, che non ne è uscito vivo. È troppo banale parlare di quelli che con un paio di tachipirine ne sono venuti fuori.
Paola ha detto che la sua vita relazionale è migliorata in maniera impressionante (ha proprio detto IMPRESSIONANTE) dopo il periodo di confinamento, perché ora, almeno un sabato al mese, restano tutti e quattro a casa a cucinare e guardarsi un film. Ha anche aggiunto che lei e Michele hanno ritrovato quella sintonia lì che dopo tanti anni, si sa…insomma, pare che addirittura scopino di nuovo. Erano tutte soddisfatte del fatto che ne parlasse così apertamente davanti a me: le amiche di mia madre pensano che essere un genitore evoluto significhi parlare di tutto con i figli, dalle sbronze prese in gioventù al calo della libido. A me, invece, ha dato fastidio sapere delle sue abitudini sessuali. E comunque ricordo perfettamente che suo figlio, circa due anni prima, mi aveva raccontato di essere riuscito a scoprire il nickname usato da Paola per accedere ad una chat di incontri erotici. E che ci aveva scopato virtualmente per alcuni mesi. Poi si era stufato e l’aveva mollata.

Di uomini ce n’erano solo due: Simone, marito della festeggiata, e Valentino, il nuovo amico di Francesca. Simone vive all’ombra dell’ombra di sua moglie, non dimentica mai di riempirle il bicchiere e fa finta di ridere alle sue battute. Era così già dieci anni fa, che io ricordi, e non credo che per i prossimi quindici anni ci regalerà qualche sorpresa. Credo che il giorno in cui il suo cervello non potrà più riposare all’ombra dell’ombra di sua moglie, lo vedremo esplodere come un sacchetto di popcorn lasciato a meditare in un forno a microonde. Ah, lui durante il confinamento ha deciso di recitare dal suo balcone alcune poesie. Di Stefania.
L’amico di Francesca (mia madre lo chiama l’amico colorato, pensando di farmi ridere) è un formatore dell’ultimo minuto, tiene corsi di comunicazione non violenta e assertività. Oggi tenere un corso su un solo argomento fa di te una persona limitata, uno sfigato; pare quasi che si scelgano i corsi premiando la fantasia perversa di chi mischia a caso le competenze – corso di cucina e consapevolezza corporale, corso di teatro e ipnosi regressiva. Valentino ha ripetuto non so quante volte che prima faceva tutt’altro e che si sta lanciando in un terreno completamente sconosciuto; e tutti a prodigarsi in complimenti per il suo coraggio e la sua capacità di accogliere le sfide eccetera eccetera. Come se quelli che si fanno il mazzo da una vita per costruirsi una professionalità e non passano dalla fabbrica al palcoscenico fossero dei sempliciotti, dei poveracci. Ma tanto si sa che oggi va di moda gettare nel cesso tutto quello che hai fatto negli ultimi vent’anni, fare un corso online di otto/dieci ore e convincere gli altri che hanno bisogno di te per dare una svolta alla loro inutile vita. Comunque, l’assertività di Valentino l’ha portato a parlare per circa un’ora solo di se stesso e delle sue continue evoluzioni: di per sé è stato un esercizio di comunicazione non violenta, perché tutti avremmo voluto menarlo ma ci siamo trattenuti.
Mia madre ha dato il suo lodevole apporto alla discussione comune dicendo che anche noi due abbiamo mantenuto qualche «sana abitudine presa ai tempi del coronavirus», per esempio alle volte «mettiamo su» un film o un documentario e lo guardiamo. A quel punto il centro dell’interesse sono diventata io, tutti a guardarmi con quelle facce che pressappoco dicevano: «Fortunata te ad avere una madre così».
Sì, perché tra la gente del suo giro non c’è battaglia tra una madre che sa ancora mettere su una pasta ed una che mette su i documentari.

Devo chiudere, mi ha appena chiesto di andare a ritirare la pizza. La quarta della settimana.

 


Dominique Campete è nata ad Alessandria nel 1977 e da circa sei anni vive a Barcellona. La sua passione per la scrittura va di pari passo con quella per i viaggi. Si è occupata per molti anni di sostegno alle persone
in situazione di vulnerabilità e di progettazione educativa.
A Barcellona co-gestisce un piccolo spazio educativo basato sulla
pedagogia attiva. I suoi racconti sono apparsi su Verde Rivista,

Cadillac, Pastrengo e all’interno di diverse antologie.


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