Il debutto di Cesar

 

 

Il tecnico luci se n’è accorto nel pomeriggio. È passato dietro le quinte per girarsi una sigaretta in cortile e ha sentito un rumore provenire dal cassone. Gli ho spiegato che fosse tutto normale, aprendogli la porta per mandarlo a fumare senza ulteriori domande.

La seconda a scoprirlo è stata Rita, la regista. Volevo che lei fosse informata. Ci ha raggiunto nei camerini per sgridare la responsabile dell’attrezzeria che aveva smarrito il gatto di peluche dell’ultima scena. Ho chiesto a Rita se potevo parlarle in privato, poi le ho fatto la proposta in un lungo discorso.
La mia regista ha ascoltato con le braccia dietro al collo, la solita posizione che significava solo una cosa: non siamo pronti e io sono pazzo. Ma con l’ultima frase l’ho convinta. Poi, per dimostrarle che non stavo scherzando, le ho mostrato il contenuto del cassone.
«Santo cielo! Sai gestirlo?», mi ha domandato.
«Sì».
«Allora conto su di te per salvare lo spettacolo. Vai, ti coprirò io».

Il terzo a scoprirlo è stato Buio. Nella compagnia lo chiamiamo in questo modo perché suggerisce sempre a Rita di concludere ogni scena con un drastico spegnimento di luci. Stavo provando da solo i movimenti, quando mi ha chiesto dove comprare un gatto di peluche in zona prima dell’entrata del pubblico.
«Buio, non ti preoccupare, ho già parlato con Rita. Ci penso io, non ci sarà più il peluche, state tranquilli».
«E che ci mettiamo? Cazzo, non possiamo fare ‘sti errori da teatro amatoriale, siamo allo Stabile ora!».
Gli ho fatto cenno di seguirmi dietro le quinte in uno slalom tra borse e cavi. Davanti al cassone ho alzato il coperchio. Buio si è gettato indietro.
«L’hai portato di nuovo!? Tu sei svitato, sai?».
«Non ci devi interagire in scena, nessuno deve. Lo spettacolo rimane lo stesso e nel finale lui sarà con me».
Buio ha minacciato di cacciarmi a tutti i costi dalla compagnia, poi è scappato nel suo camerino sbattendo la porta. In quel momento Rita ci ha gridato con voce stentorea che avevamo quaranta minuti per provare il primo atto, il più ostico, poi dovevamo lasciare la sala all’impresa di pulizie.
Mentre mi schiarivo la voce, ho verificato che il cassone fosse sgombro di copioni e costumi, specialmente sui fori in alto. Dentro al mobile ho sentito russare. Bene, il sedativo l’avrebbe placato ancora per un po’.
«Bravo, Cesar, stasera è il tuo debutto. Sarà la prima di uno spettacolo che verrà ricordato in eterno solo grazie a te», gli ho sussurrato.

La quarta a scoprirlo è stata Rosa, la mia ex. Il suo nome è comparso sullo schermo del telefono mentre stavo per addentare un panino. Incredulo, mi sono allontanato e ho risposto. Sentire la sua voce dopo tre settimane dalla rottura mi ha riscaldato il cuore. Non aveva comprato i biglietti per quella sera, ma mi augurava comunque tanta merda.
«Peccato per stasera. Mi hai suggerito talmente tante battute che mi dispiace che tu non ci sia… Non ci sia più».
«Dopo quello che è successo con Cesar ti chiedi ancora perché non stiamo più insieme? Ora vado, buona fortuna».
«Aspetta, stasera è l’occasione per vedere anche lui!».
Ha attaccato.

La quinta a saperlo è stata Clo, la responsabile dell’attrezzeria. Buio l’aveva avvertita e adesso lei era lì; una mano teneva uno spinello e l’altra era dentro al cassone per accarezzare Cesar.
Mi sono precipitato a raggiungerla, pronto a salvarla, ma la situazione sembrava tranquilla.
«Non giustificarti, mi piace l’idea! Caspita, è molto meglio di un gatto di peluche. È così in linea con il messaggio dello spettacolo, lo renderà concreto e spietato».
Almeno Clo mi aveva capito. Eravamo spesso sulla stessa lunghezza d’onda e la trovavo molto carina. Avrei anche pensato di uscire con lei se non fosse stato per il suo alito perennemente pesante.

Gli ultimi a scoprirlo siete stati voi. Voi, invisibili a noi attori che siamo ciechi per le luci. Voi che applaudite. Voi che esorcizzate le vostre paure da umani tra le poltrone di un teatro. Eccovi il finale.
Il primo e il secondo atto sono filati lisci come l’olio. Abbiamo gestito tutto con energia, determinazione e professionalità. Fremevo di eccitazione.
Uscendo di scena, sono subito andato al cassone e l’ho aperto. Cesar era sveglio e mi ha salutato con un sordo brontolio; gli ho grattato la testa maculata. Per placarlo mentre i miei compagni terminavano la scena, gli ho dato un coniglio intero che tenevo nella borsa frigo. Al momento opportuno siamo usciti allo scoperto. Che meraviglia entrare in scena, sentire lo scricchiolare delle assi di legno, il calore delle luci. E Cesar era al mio fianco, fiero.
Io vi ho sentiti. Siete la quarta parete che respira e partecipa alla sinergia creativa del teatro, ma siete anche quelli che acquistano un biglietto per soffiarsi il naso e rispondere al cellulare. Mentre recitavo, il mio personaggio ha captato il vostro stupore davanti al leopardo. Tutta l’attenzione era su Cesar. Il mio monologo parlava dell’ipocrisia di chi si professa sensibile alle ingiustizie del mondo, ma contribuisce lo stesso a crearle. Voi avete guardato Cesar con timore. Ho sciorinato battute sulle poltrone del teatro da voi scaldate per sfoggiare abiti nuovi, vi ho obbligati a lavorare su voi stessi per non soccombere alla bestialità. Voi avevate paura. Mi sono alimentato della vostra tensione crescente, fino all’ultima parola. L’ho sentita crescere fino allo spegnersi delle luci, per poi trasformarsi in un applauso entusiasta quando avete capito che fosse finito.
In quei secondi di applausi, illuminato nuovamente dai faretti, mi sono inchinato a voi. Ho sentito lo spostamento d’aria, il ruggito di Cesar in platea e duecento urla di terrore.

Buio.


 

Sara Gobbo ha 23 anni e si è laureata in Comunicazione Interculturale all’Università di Torino. Le piace riempire di racconti vecchie agende e girare per la città con una macchina fotografica in borsa.
Un  suo racconto è già stato pubblicato su Spore Rivista.


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