Vasi comunicanti

Illustrazione di Mari Madeo

 

E

lena sbirciava Francesco. Seduta accanto a lui, teneva una guancia sul pugno chiuso e guardava il suo quaderno. Con grafia ordinata, suo fratello stava risolvendo un problema di matematica. Alternava la penna rossa alla penna blu proprio come gli aveva insegnato la maestra. Ogni volta che finiva con una, la chiudeva, la rimetteva tra la matita e la gomma e prendeva l’altra. La punta del naso sfiorava il foglio a quadretti mentre trascriveva una divisione. Si fermò un istante, poi riportò il risultato. Elena allungò il collo.
«Non la fai in colonna?», chiese stupita.
«La so fare a mente. Tu pensa ai tuoi compiti», rispose senza guardarla.
Elena sospirò e si raddrizzò sulla sedia. Davanti a lei il libro di scienze era aperto sull’esperimento dei vasi comunicanti. Prese una matita dall’astuccio e in un angolino riscrisse la divisione del fratello.
«Il 3 nel 20…», sussurrò pensierosa.
Lanciò un’occhiata a Francesco. Era andato avanti col problema, stava risolvendo una sottrazione. Elena riuscì a leggere i numeri, contò sulle dita.
«Fa 8», disse.
«A casa mia 74 meno 68 fa 6», ribatté Francesco. Sollevò gli occhi al cielo e scrisse la soluzione.
Elena arrossì. Tornò a concentrarsi sulla divisione, ma non ricordava la tabellina del 3. Tamburellò con la punta della matita sul foglio. Francesco stava già trascrivendo la traccia del secondo problema.
«Aspetta!», lo fermò. «Spiegami come hai risolto il primo».
Il bambino la guardò con la fronte corrugata. «Sei in quarta, dovresti saperlo come si fa.»
«Sì, ma puoi anche dirmelo…».
Francesco sbuffò. «Per sapere il costo di una sedia, devi dividere il valore della spesa per… Ma non alitarmi sul braccio! Che schifo!»
Elena si sollevò. Il fratellino si allontanò da lei, sistemandosi sull’angolo più estremo della propria sedia, poi rapido le spiegò il procedimento che aveva seguito. «Sì, ma non è normale che te lo debba dire io che sono in terza», aggiunse.

Elena sbuffò. Chinò la testa sul libro di scienze, si prese la fronte tra le mani e cominciò a leggere. Quel giorno in classe la maestra aveva mostrato l’esperimento dei vasi comunicanti e a lei era piaciuto tanto vedere l’acqua scorrere dalla bottiglia piena a quella vuota e salire, salire, rapida, fino a distribuirsi in modo equo in entrambi i contenitori. Attraverso le dita, lanciò un’occhiata a Francesco.
Osservò la sua espressione concentrata e cercò di origliare il rumore del lavorio frenetico della sua mente mentre faceva i calcoli. Era un bambino curioso, vispo, intelligente, lui.
Non come lei: era svogliata, lenta, distratta, così dicevano le maestre. Probabilmente la sua testa vuota non riusciva a produrre altro che un fastidioso cigolio.
Sollevò la testa dal libro e si accostò al fratello. Era già arrivato alla soluzione del secondo problema, stava scrivendo il risultato con la penna rossa, ogni numero al proprio posto dentro un quadratino bianco.
Fece per chiedergli di spiegarle come ci era arrivato, ma si fermò. Lui aveva ragione: lei era la più grande, avrebbe già dovuto sapere tutto di quello che faceva. Arrossì, abbassò lo sguardo sul disegno dei due bicchieri pieni della stessa quantità di acqua.
«Oh!», gridò Francesco in quel momento. «Ti vuoi spostare che fa caldo!»
«Scusa…».
«Tanto ho finito». Si alzò, chiuse il quaderno, mise a posto le penne e se ne andò.

Elena finì i compiti e uscì in giardino. Passeggiava distratta quando sentì la voce di Francesco.
«Se non ci fosse lei, studierei più velocemente», diceva. Elena si rannicchiò dietro il cespuglio di fragole. Il bambino era piegato tra l’erba e parlava, ma non c’era nessuno con lui. Elena lo vide posare una tazza per terra. Tra le mani reggeva un piattino con dei biscotti. Gli steli d’erba attorno alle sue caviglie tremarono. Non c’era vento. Elena avvicinò il viso alle foglie per vedere meglio.
«Non capisce che non posso studiare se la penna blu, la penna rossa, l’evidenziatore, la gomma e la matita non sono allineati davanti a me. Solo che lei muove il tavolo e quelli si spostano. Ogni volta devo rimetterli al loro posto. Mi fa perdere un sacco di tempo.»
Francesco prese un biscotto dal piattino e se lo portò in bocca. Masticò guardando qualcosa vicino ai piedi, le ginocchia strette tra le braccia. Riprese a parlare con la bocca piena e lo sguardo fisso per terra. «Lei vuole che faccia prima i compiti facili e dopo quelli più difficili. Oggi per esempio ha voluto fare prima storia e dopo matematica. Abbiamo litigato perché io preferisco seguire l’ordine alfabetico e così le ho detto che è una sorella stupida».
Un’ape ronzò vicino all’orecchio di Elena. Lei sobbalzò, agitò una mano, poi si impose di tornare tranquilla. Non doveva farsi scoprire.
Francesco finì il biscotto, afferrò la tazza e bevve qualche sorso, poi la rimise per terra. «Il latte lo dividiamo», disse, come rivolto alla punta delle proprie scarpe.
Elena si sporse. L’erba ai piedi del bambino tremò. Non riuscì più a vedere la tazza.
«Tanto le cose neanche le sa», proseguì Francesco. «Oggi ha sbagliato una sottrazione e mi ha chiesto di spiegarle un problema facilissimo. Prendilo anche tu un biscotto», aggiunse. Allungò il piatto verso l’erba, che questa volta rimase immobile. Il bambino sollevò le spalle. «Ok, ma se li vuoi sono qui».
Chiuse gli occhi e sollevò la testa verso il sole. Il nero dei suoi ricci luccicò di riflessi argentei. Sulle palpebre sigillate si formarono delle rughette.
«Comunque, secondo me sospetta qualcosa», mormorò rimanendo in quella posizione. «L’altra volta ha detto a papà che parlo da solo e che forse ho un amico immaginario. Lui ha risposto che non ci sarebbe niente di male. Un giorno lei ci spierà per scoprirlo, ne sono sicuro».
Francesco prese un altro biscotto, lo spezzò a metà, lo avvicinò al terreno. «A me non importa che mia sorella ci scopra», disse. «A me non importa che capisca che voglio più bene a te che a lei. Prendilo, dai, questo non lo voglio».
Ci fu un movimento tra l’erba, accompagnato da quello che parve un lamento. Un’istante dopo, il biscotto era sparito dalle mani di Francesco. Il bambino si alzò, si pulì i pantaloni, prese tazza e piattino.
«Be’, ci vediamo domani», disse facendo un cenno di saluto al terreno. Tornò dentro.

Elena uscì allo scoperto solo allora. Si allontanò dal cespuglio di fragole e raggiunse il punto in cui poco prima era seduto Francesco. Proprio lì, immobile tra l’erba soffice, circondato dalle briciole dei biscotti, c’era un gatto. I lineamenti del viso di Elena si contorsero per il disgusto. Era un mucchietto di peli neri, sporchi, pieni di nodi e pulci. In alcuni punti gli mancavano, come se fossero stati strappati via a morsi, lasciando allo scoperto la pelle scura. La coda, mozzata, era spelacchiata, mezza nuda. Era magrissimo, le ossa sporgevano dai fianchi e le zampe sulle quali stava seduto sembrava dovessero spezzarsi sotto di lui da un momento all’altro. Ma la cosa che più di tutte sconvolse Elena furono gli occhi. Uno, giallo con una pupilla sottile come uno spillo, era sporco, lacrimava di continuo. L’altro, invece, era completamente andato, non rimaneva che un grumo di pus grigio e bianco che gli colava lungo la guancia gocciolando sui baffi. Ecco cosa preferiva suo fratello alla sua stupida sorella: quella orribile bestiaccia. Le raccontava i proprio segreti, le parlava di lei, le diceva che non le voleva bene. Condivideva perfino la merenda con quell’essere, lui che non permetteva nemmeno a sua madre di bere dal proprio bicchiere. Piena di rabbia, la bambina si chinò e afferrò una pietra. La sua ombra si allungò sul gatto.

La porta a vetri si aprì in quell’istante. Francesco vide subito il sasso che aveva in mano. Le gridò qualcosa contro ed Elena prese la sua voce come un segnale. Chinarsi e colpire furono un unico fluido movimento. Sollevò il braccio e tenendo stretta la pietra la abbatté sulla testa del gatto. Una volta. Due volte. Le sue ossa fragili e sottili si frantumarono, Elena ne sentì lo scricchiolio diffondersi dalle dita e allungarsi al polso, far vibrare tutto il braccio. Colpì ancora e qualcosa le bagnò i polpastrelli mentre l’ennesimo urlo di Francesco copriva un rumore come di patatine. 
All’improvviso si sentì il fratello addosso, le braccia avvolte intorno alla vita. Cercava di spingerla via, si aggrappava alla sua maglia, la prendeva a pugni, ma in realtà le era vicino come non lo era mai stato. A Elena, stupita dal calore di quel contatto, tornò in mente il disegno dei vasi comunicanti. Chiuse gli occhi, il gatto ormai morto sotto le sue mani. Immobile, oppose resistenza agli spintoni del fratello. Aspettò di sentire l’intelligenza di Francesco passare in lei proprio come l’acqua si distribuiva tra i due bicchieri.


 

Carola Maselli vive in Puglia e ha 26 anni. È laureata in Filologia Moderna e, quando non è impegnata con il doposcuola, scrive.
Ha pubblicato sul sito Racconti nella rete e sulla rivista Spore.


Una risposta a "Vasi comunicanti"

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...