Note a margine #6. È un momento difficile, tesoro

topo rosa

 

 

È un momento difficile, tesoro.

Così canta Nada nell’omonima canzone. Erano i primi giorni del duemiladiciannove e io vivevo a Torino da meno di sei mesi, in un piccolo appartamento che credo non superasse i venticinque metri quadrati. Era un momento difficile, per me, che avevo compiuto l’agognata scelta di andare a vivere da sola. La convivenza con me stessa è durata due anni esatti. All’interno di quel monolocale si sono consumati, in ordine, un grande amore, alcuni episodi depressivi, la fine del grande amore, incontri speciali, incontri occasionali e un isolamento coatto di circa due mesi, dovuto alla pandemia di covid-19. È un momento difficile anche questo qui, proprio questo qui mentre batto la tastiera del computer; è difficile per chi vive da solo e per chi vive in compagnia, per chi soffre di solitudine e per chi convive con una relazione ormai al capolinea. Tuttavia, a chiunque abbia sciorinato la propria resilienza – “il lockdown è stato difficile per tutti” – replico che vivere da soli, mentre il mondo fuori chiude le saracinesche, è il preludio per uscire fuori di testa. È un fattore da non sottovalutare: molte persone hanno passato la quarantena abbracciati ai propri mostri – il dpcm si sta ancora interrogando se si possano includere sotto la voce congiunti – e non siamo tutti uguali quando si parla di convivenze e appartamenti condivisi.
Ho passato la quarantena primaverile in un appartamento molto piccolo, al primo piano di uno stabile d’epoca, che di lussuoso aveva solo il canone d’affitto. Durante la clausura mi sono resa conto che in tutta la giornata non entrava mai un raggio di luce diretta: rischiavo di appassire come quelle povere piante che ci ostiniamo a metterci in casa, le posizioniamo negli anfratti più bui e poi ci lamentiamo di non saper prendercene cura. Se dovessero chiedermi cosa ho imparato durante la quarantena, oggi sicuramente direi che vivere da soli è sopravvalutato. Un mese fa ho traslocato: quell’antro buio non mi piaceva più. Non ho avuto un minimo tentennamento, ma ho pianto mentre chiudevo gli scatoloni.

Vivere da soli è una scelta coraggiosa. Questa frase mi è stata ripetuta spesso negli ultimi anni. E alle domande curiose «e com’è vivere da soli?» ho sempre risposto che è bello sapere che tutto il lerciume che vedi è tuo, tuo e soltanto tuo.

È una frase esasperata, ma inevitabile: la conseguenza di quattro anni di convivenza in cui ho cambiato nove coinquiline è stata andare a vivere da sola. Immaginate che bel quadretto antropologico: nove tipologie diverse di esseri umani con età differenti, di svariate estrazioni e provenienze, con peculiarità, manie, ossessioni e capricci tutte personalissime. Sembra la sinossi di un reality show, uno di quelli esperimenti sociali tipo il Grande Fratello. Eppure, questo esperimento è per noi Generazione Y e Generazione Z l’iter di normale amministrazione. La vita universitaria è sicuramente una vita condivisa; credo sia un’incredibile prima esperienza di tolleranza, di scoperta di sé stessi fuori dal contesto familiare.
È stato il momento in cui mi sono resa davvero cosciente di quanto sia faticoso convivere con i difetti altrui – mi sono ravveduta anche sui miei, limandone gli spigoli – perché vivere con dei coinquilini significa condividere gli spazi vitali più importanti: il luogo dove si mangia e quello dove si defeca. La cucina è quel luogo sacro dove si consuma il risveglio, in cui bevi il caffè e temi di non incrociare nessuno dei tuoi coinquilini, perché non sei un gran chiacchierone di prima mattina. La cucina è anche lo spazio delle controversie, perché il senso della pulizia non è innato, perché ci sono i fumatori intrepidi con le finestre spalancate a gennaio e i non-fumatori intolleranti che ti chiedono di smettere con i vizi. La stanza da bagno, invece, è la zona franca, dove si va per essere lasciati in pace, per starsene finalmente tranquilli ad autocommiserarsi sul cesso; non mi stupisco che sia lo spazio più richiesto, quello per cui spesso devi attendere il tuo turno. Vivere con qualcuno significa condividere la quintessenza della quotidianità, che ognuno articola a modo proprio e non posso biasimare chi custodisce gelosamente le proprie malsane abitudini. Io, ad esempio, occupo il bagno per ore e dissemino tazze sporche in ogni angolo della casa: sono pratiche insolenti di cui forse non voglio fare a meno. La legge dell’imprevedibilità – quella storia per cui i coinquilini sono come una scatola di cioccolatini e non sai mai chi ti capita – non è l’unica battaglia della nostra generazione.
Le case che affittano agli universitari sono quasi sempre degli stabili fatiscenti con il mobilio antico – vecchio non si può dire – della trisavola di quella signora tanto gentile che riscuote mensilmente una buona dose di sacrificio tuo o dei tuoi genitori. Non mi meraviglio di case con un enorme buco al centro di una stanza, incredibile finestra sulla vita dei tuoi vicini, o con soluzioni improvvisate e poca avvedutezza ingegneristica. Vivere con dei coinquilini significa condividere l’insoddisfazione per una situazione incerta e precaria, come il soffitto del bagno che rischia di crollare; quindi, credetemi, il famigerato mal-comune-mezzo-gaudio torna utile e vivere con qualcuno rimane, per me, la scelta preferibile quasi sempre.

Si impara a essere pazienti e so che siamo tutti grati di questa lezione di vita, ma il punto è un altro: si può davvero andare a vivere da soli?

Noi saremo i primi a sperimentare la convivenza universitaria anche dopo i trent’anni.
Vivere con qualcuno è preferibile, perché costa meno, nonostante tu sia stanco degli annunci “no fumatori” e dei capelli dei tuoi coinquilini che intasano la doccia. Qualcuno ha la soluzione: vai a vivere con il tuo compagno. Allora metto un annuncio per trovare un compagno con cui guardare gli annunci delle case, no? Non vorrei dover trovarmi un animale-uomo da compagnia per riuscire a pagarmi l’affitto, eppure rimane una soluzione temporanea: sperimentare nell’attesa di fondare una comune per noi precari, giova(n)ni senza-terra.

 

 

Rosa Toscano


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...