L’ingorgo

Illustrazione di Anna Fennel Hughes

E c’era un vigile, anziano. Immerso nel traffico che straripava. Era statico, immobile. Di quelle code create da eventi che a loro volta incidono nella nostra vita in modo leggero. Forse, un incidente qualche chilometro più avanti. E avrei voluto sorvolare quella zona della città con un elicottero, per vedere il mosaico di colori che sconfiggeva il grigio dell’asfalto.
Il vigile forse si chiamava Luca. No, aveva una faccia da Michele. Un 65 anni, scivolati e indossati bene. Lo immaginavo, la mattina presto, salutare di fretta la moglie per andare a fare una corsetta al parco. Aveva gli occhi abbattuti, non aveva alcun tipo di potere. E la divisa. Ormai da un po’ di tempo, ha perso il suo valore. La legge prima era un albero immenso, che è riuscito ad attraversare diverse ere. Poi la storia, il tempo l’hanno indebolito, sempre di più. Oggi, le leggi, le divise, sono solo nomi. Alcuni la chiamano evoluzione. Però, da sempre, troppa libertà diventa nociva per l’uomo. E Michele lo sa. Vede nell’ingorgo proprio la decadenza che l’uomo sta subendo. Sente le parolacce, il fumo delle infinite sigarette che si alza, sente gli sportelli, le bestemmie. Vede il becero uomo che batte le dita sul volante e avrebbe voglia di picchiare chiunque. Per Michele quell’ingorgo è solo una tra tanti. Solo che le cose, nel tempo, sono cambiate. Anzi, la rabbia è cresciuta in modo esagerato, e lui lo sa. Ne ha paura a volte, ma poi passa. Vanno via questi pensieri. Perché sono solo uno schizzo superficiale, che andrebbe analizzato. Ma, allo stesso tempo, sono profondi da far paura. Da paranoia. Perché la troppa rabbia corre parallela a quella parola che la gente teme. Corre parallela alla guerra. E oggi sembra impossibile. A Michele sembra assurdo sentir parlare di guerra. Suo nipote, che fa il quinto superiore, ha studiato la Prima e la Seconda. Sa che sono stati periodi crudeli. Sa che cose del genere non dovrebbero ripetersi più, che sono macchie nella storia, buchi nel tempo così oscuri da non riuscire davvero ad immedesimarci. Eppure, questa rabbia, questo sentimento che sale dal terreno, come il forte caldo in estate, c’è. E si fatica a comprenderlo. Michele vede. Legge, attraverso il suo lavoro. Nota che da terra, il sentimento, sta arrivando nella testa delle persone. Ed è un pericolo grosso.
E, da qui, Michele sembra riflettere proprio su questo. Sembra pensare a sua moglie, Lucia, una donna semplice, come tante della sua generazione. Non ancora del tutto consapevole dei diritti che la sua persona merita. Ha avuto fortuna. Si è sposata con un uomo tranquillo, affettuoso. E ha paura. Perché la guerra è solitudine e divisione. Michele sa che il fratello di suo nonno è finito in Albania e poi partigiano. Che ha visto gente morire in ogni modo. Che per anni la sua famiglia ha dovuto dimenticarsi di lui, per lasciare che i pensieri riprendessero una forma normale. La linea di Michele, però, sembra pura. Come se nella sua linea temporale, il mondo fosse sempre rimasto tranquillo, senza sangue o assassini, pazzi e maniaci. Lontana da campi in cui la gente veniva bruciata. Lontana da barconi su cui un intero popolo, all’ingorgo, viene decimato.
Eppure, è così. E Michele lo sa, chi non lo sa? Chi potrebbe non sapere quello che succede? Solo un cieco di convenienza. Tutti sanno quello che succede. Le vomitevoli azioni che leggiamo sui libri di storia. La vergogna che sentiamo per quanto avvenuto nei campi. Però quella è storia. Ci sono lettere, frasi, disegni, foto, video, film che ne parlano. E allora va condannata.
Mentre la linea storica in cui viviamo noi, le stesse azioni, in modo simile, si ripetono, ma rimangono oscure. Rimangono lontane dalle preoccupazioni di chi, di domenica mattina, si ritrova in un ingorgo su una strada calda. Rimangono lontane dal vecchio Michele, prossimo alla pensione, che guarda gli ultimi ingorghi della sua vita, aspettando solo gli infiniti momenti della pensione. Ed è giusto questo? E mi viene da ridere, guardando tutta questa gente, nervosa perché non riuscirà a prendere un dolce per pranzo. Non vi sembra ridicolo?

Il fatto è che proprio lontano non riusciamo a vedere. Io, come il vigile, come quel Carlo che ha aperto lo sportello e guarda senza parlare. Si vede che ha caldo, boccheggia. Così si ritrova costretto a scendere a patti con l’ecosistema del suo pianeta, senza avere la possibilità di crearne uno parallelo, nella sua macchina, in cui riuscire a respirare. E mi sembra un tipo apposto, quel Carlo. Ci sarei anche potuto diventare amico. Perché io li riconosco subito quelli con cui potrei stringere un rapporto. Ma questo, credo, tutti. Poi ci sono quelli che ti sembrano troppo diversi da te e ci fai amicizia comunque. Però sono di meno.
E, rispetto agli altri, non sembra essere caduto nel panico. Non sembra che quell’ingorgo stia mandando a puttane i suoi precisi orari da rispettare. I precisi orari che la maggior parte di noi si impone per rimanere dentro la vita, per non essere assaliti da troppe domande. Io questo ragionamento l’avevo superato. E, secondo me, anche Carlo. Perché, se guardi da fuori, la vita è nulla. Abbiamo creato noi tutto, anche il tempo.
E poi c’è la paura di non avere risposte. Che dolce mangiare la domenica, una risposta ce l’ha. Mentre perché siamo sulla Terra, no. E allora meglio concentrarsi sulla prima domanda, riempire il proprio tempo per non dover finire a vagare nella zona della seconda. Però poi si muore e non sei stato altro che una pedina senza risposte. Carlo era più avanti, ne ero certo. Anche solo guardandolo. E non aveva mai detto a nessuno che, una volta finito il liceo, aveva seguito per un paio di mesi un corso online sulla comunicazione con gli alieni. Perché, secondo lui, lì andava a parare tutto. Altro che Dio. Poi si era sentito troppo stupido e aveva continuato gli studi in Legge, però i libri faticava a finirli. Mentre sugli alieni leggeva senza sosta. Seguiva tutto. Ma quanto sarebbe stato deriso se lo avesse detto a qualcuno? Tutti, ormai, dicono che l’universo è troppo grande per essere da soli. Però se si inizia a parlare davvero di alieni, se si iniziano a fare teorie, cade tutto. Torna a essere mera fantascienza. Perché, non riusciamo ad accettare che, al di fuori della nostra testa, l’universo si espanda, continui a muoversi. E Carlo impazzisce guardando il cielo di notte. Perché è la prova più evidente dell’infinità che siamo destinati a non comprendere mai. Spesso, con il bel tempo, se ne va sul terrazzo del suo palazzo e osserva. E ogni singola stella, ogni singolo pianeta, ogni singola scia, gli urla che qualcosa c’è. Che la terra è un pelo di questo enorme gigante. E Carlo si sente così misero, inutile. Sente di essere nato troppo presto, in un periodo di buio totale. Però Carlo sa che non manca molto. Che gli ultimi arrivati sono disillusi, che su di loro Dio non ha più presa. Che butteranno giù un impero millenario per cercare la verità che si trova nello spazio. Senza dubbio. Carlo sa che è da lì che arriveranno risposte. E gli sembra assurdo come quella gente stia uscendo pazza per un ingorgo. L’umanità ha creduto di essersi evoluta vivendo in delle celle una sopra l’altra con una cucina e un bagno. Questa è davvero evoluzione? E lo vedo con gli occhi stanchi, che guarda quella triste menzogna sociale che siamo costretti a vivere.
E mi sento molto vicino a lui, parte della mia generazione di disillusi. Gli assassini di Dio. Perché anch’io spesso il cielo lo guardo. Mentre Michele, che a sua volta è disilluso, spera in un dono divino, quando arriverà la sua ora. E guarda nello stesso modo quell’ingorgo. Tutti così vicini tra noi, chiusi in minuscole gabbie con un po’ di fresco. E suoniamo il clacson per mandare messaggi che finiranno nel nulla.
Perché un ragazzo ubriaco si è sfondato contro la macchina di una famiglia. Ma siamo troppo lontani per vedere le due auto distrutte e avere un minimo di pietà.  La quantità minima per non rompere le palle, almeno. Qui, lontani, in fila, l’incidente avvenuto più avanti, sembra non esistere. E Michele e Carlo, anche se diversi. Anche se di generazioni che si fanno la guerra, sono profondamente simili. Se li aprissimo, troveremmo gli stessi vermi. La stessa disillusione. La stessa voglia di continuare senza neanche una minuscola briciola di speranza. E quei vermi sono anche dentro di me.

In questo ingorgo che sembra infinito.
In questo ingorgo che sembra la vita stessa.


Giuseppe Fiore è nato a Matera nel ’98, studia Comunicazione a Parma.
Suoi racconti sono usciti su La Seppia,
Smezziamo – Nel Mezzo del Racconto e Bomarscé.


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...