Gocce di mezzaluna

Illustrazione di Linda Aquaro

 

 

È giorno. Sul piccolo tavolo della cucina campeggiano i resti di una colazione frettolosa. La mia.
Sto su una sedia, spalle curve, sguardo basso. Per quanto mi sforzi, non riesco a lavorare sulla mia postura. È lo specchio di come mi sento, è il modo in cui mi difendo, sono io. Quando provo a darmi un tono, a raddrizzarmi, mi vengono le vertigini e non mi sento credibile agli occhi del mondo.
La mia testa è china. Una mano mi sostiene la fronte, l’altra volteggia nell’aria come se scrivesse, contasse, dipingesse e dopo ancora dirigesse un’orchestra e intrecciasse una ciocca di capelli restandovi maldestramente incastrata e fosse quello, infine, l’unico modo per fermarsi.
Basta, ti prego. Fermati.

La resa della mano le cui dita inanellano le azioni insensate che il mio cervello prova a mettere in fila per placarsi, è una benedizione.
Un cono di luce filtra da una finestra il cui vetro le concede di passare, ma è più scura e densa di come potrebbe mostrarsi in realtà. Su quella patina lurida, impasto di smog e schizzi di fango, ci si potrebbe disegnare con il dito come fanno i bambini.
Ci si potrebbe scrivere “Non entrate. Non c’è posto per nessun altro”. Ma il vetro è troppo piccolo e la scritta troppo lunga. Meglio non rischiare. Meglio non mettere altra carne al fuoco.
Il rumore della città che proviene dall’esterno si mescola all’odore del caffè venuto su da poco.
Entrambi riempiono la stanza. L’uno di vita che brulica, l’altro di desiderio di mettere in pausa quel brulicare.
Odore scaccia rumore. Puoi chiudere gli occhi e immaginarti in un altro posto.

Mi alzo di scatto, sparecchio la tavola, la mia intera figura è ora eretta, direzionata, attiva, pronta a partire. Passo bene la scopa sotto il tavolo e nelle fenditure tra una piastrella e l’altra, che altrimenti le briciole si annidano e tocca archiviarle in un angolo e aspettare fino a sera per riunirle con quelle della cena, ma si sa che è un’attesa snervante, infinita.
Si sa. Finisce sempre così quando non si fanno bene le cose, le cose. Per bene. Come vanno fatte. Come devo farle.
Ripongo la scopa nell’interstizio che separa il frigo dal muro, ma quella mi cade addosso appena volto le spalle. Che ingenua, sono.
Mi giro, devo sistemarla ancora e ancora, almeno cinque volte, prima che si decida a stare in piedi, in equilibrio, al suo posto.
Dannazione, penso, tu che hai un posto, scopa maledetta, che non devi pensare a niente perché sono io che penso a te e ti sistemo e tu non devi fare altro che stare, tu che non hai altri pensieri né mai ne avrai, stai! Che diamine, stai!
Respiro. La cosa più naturale e difficile del mondo.

Vado verso la libreria, mi alzo in punta di piedi, sposto un paio di volumi pesanti e recupero un piccolo sacchetto decorato, di quelli legati a palloncino al cui interno puoi metterci, che so, un dono grazioso come un minuscolo bracciale, delle caramelle colorate, un origami porta fortuna, un fazzoletto cucito a mano, della lavanda secca per profumare i cassetti della biancheria o anche 
dell’armadio, volendo, ma non dev’essere troppo spazioso ché poi la fragranza si disperde. Dentro il sacchetto piccolo c’è una boccetta, piccola altrettanto. Un’etichetta bianca la avvolge, sopra vi è dipinta una mezzaluna tremula disegnata a mano (una mano bambina, si direbbe).
La osservo per qualche secondo, come se non la conoscessi.
Invece è la mia alleata preziosa, è una mia propaggine, è un salvavita. Vi è mai capitato di restare bloccati nel traffico e iniziare a sentire sempre più forte il rumore dei pensieri durante la snervante attesa? Succede di provare intensamente l’impulso di scendere dall’auto, di mettersi a correre facendo lo slalom tra le macchine ferme, ma il suono dei clacson impazziti che invitano a muoversi fa da paralizzante istantaneo e i piedi si incollano all’asfalto bollente. In un secondo hai gli arti inferiori completamente bloccati, come se stessi sprofondando nelle sabbie mobili.
Inghiottito. Spalanchi la bocca per chiedere aiuto, ti metti a urlare come un pazzo, ma ti accorgi che la voce non esce, non passa, è bloccata. Ti stringi la gola con entrambe le mani, così forte che quasi…

Un pensiero un poco più lucido, impercettibilmente più veloce degli altri che si sono nel frattempo affollati, ti spinge a mettere la mano in tasca. La mano che trema, che suda, che freme, che afferra qualcosa. Spinge forte per svitare un tappo, un tappo bianco, un tappo che si può usare anche come cucchiaino se non ne hai uno, e di solito non si gira con un cucchiaino in tasca.
Anche se tu lo sai che non sei esattamente come gli altri, dunque un cucchiaino o un altro bizzarro oggetto o, che so, anche un utensile di uso comune che ai comuni mortali non verrebbe mai in mente di portare con sé, a te potrebbe servire.
Non ci sarebbe da stupirsi, tutto sommato.
Un tonfo sordo segue subito dopo, mentre sosto davanti alla libreria e ricamo soliloqui. Caccio un urlo, uno dei miei famosi urli associati al repentino salto tipico di chi i nervi li ha tesi, pronti, perennemente sulla difensiva. I due volumi che ho spostato, in mezzo ai quali se ne stava beato il sacchetto – lui sa stare, a differenza della scopa –, sono volati giù dal ripiano più alto e lo spavento e il sussulto sono sempre commisurati all’evento increscioso, dicevo, quando si hanno i nervi a fior di pelle.
Nervi scoperti, come i fili della corrente, «che se non ci stai attento ti prendi una scossa che te la ricordi per tutta la vita!», dicono, da che ne ho memoria, le mamme o le nonne. Insomma, chi si preoccupa per te, chi ti vuole bene.
La prudenza non è mai troppa quando si parla di corrente elettrica, di fili e di nervi. Dico bene?
Occorre seguire scrupolose norme per evitare di prendere la scossa e, dato il periodo di ristrettezza economica nel quale versa il genere umano, non è che si possa sempre chiamare un elettricista (per i fili) o andare in analisi (per i nervi). Tocca arrangiarsi e tirare fuori le proprie risorse.
Anche i manuali lo sottolineano. Quelli che sono caduti ai miei piedi, volando dalla libreria. Mi adorano, i miei manuali. Mi saltano addosso, letteralmente.
Uno è sul potere terapeutico della corsa, l’altro sul potere terapeutico della meditazione trascendentale. Terapeutico è la parola chiave.
Murakami corre un’ora tutti i giorni per mantenersi in forma e disciplinato sul lavoro.
Lynch pratica la meditazione da oltre quarant’anni. È un visionario, lui.
Io non sono mai stata brava con la faccenda delle “visualizzazioni”. Concentrarsi per vedere, che so, un albero che perde le foglie come se quelle fossero i tuoi pensieri che si fanno leggeri, o cose del genere.
Questa storia delle visualizzazioni l’ho temuta così tanto, il pensiero di dovermi confrontare con le altre gestanti sul “cosa hai visto tu?”, “hai sentito il bambino che si muoveva mentre un’arpa suonava una dolce nenia medievale?”. E, in quel periodo, mi ero fissata di dover tenere tutto a bada “con metodi naturali”.
Che l’ossitocina, l’ormone quieto, sarebbe esplosa in dosi necessarie nel mio corpo senza bisogno di motivarla con qualche preparato chimico. Sarebbe stata così brava da placare tutto quanto fosse risultato dannoso per il bambino. Credevo.

Io il corso preparto mica l’ho fatto. Temevo più il corso, che il parto.
Se poi fossi riuscita a visualizzare un tritacarne mostruoso che voleva sbranarmi? L’avrei forse potuto condividere? Voi lo fareste?
Avrei davvero potuto ammettere che i pensieri o le fantasie più truci, scabrose, lugubri sono, a volte, ciò che davvero mi calma? Che ridimensiona il mostro che mi vive dentro?
Più immagino cose tremende, più il mostro rimpicciolisce. Ma mica si può dire questo, quando aspetti un bambino.
Tutti vogliono la verità, ma nessuno è davvero pronto ad accoglierla nella sua interezza e nel suo candore che, il più delle volte, del candore è l’esatto opposto.
Con la corsa va meglio, in effetti. Sono da sola con me stessa. Balle non me ne racconto quasi mai.
Il sostegno lo trovo nell’immediato, nel dover fronteggiare la fatica fisica.
Per fortuna, però, sono tornata a ragionare. Quella boccetta, quella con la mezzaluna, mi serve per…

«Taci!», urla Lei, di botto.
«Ma che c’è? Sto solo raccontando qualche pezzo della storia! Stai calma!».
«Non dirmi di stare calma! Sai che è la cosa che più mi fa infuriare! E poi sto progettando, mi serve silenzio!».
Io cammino avanti e indietro, prendo un mazzo di chiavi, lo lancio nello zaino, metto il telefono in carica, cerco l’agenda come una forsennata, apro il frigo per tirare fuori la frutta che non sia troppo fredda per cena e ci trovo l’agenda e allora rido, ma piango anche.
Prendo le gocce.
Ho chiesto a mia figlia di disegnare la mezzaluna su quella piccola etichetta e lei mi ha chiesto: «A cosa ti serve la medicina, mamma?».
«È per un progetto, amore…Sai, uno di quelli a cui mamma lavora sempre».
«E perché ti serve una mezzaluna, mamma?».
«Perché quando compare, la luna, è il momento della giornata che io preferisco. Tutto sembra così calmo quando c’è lei, non ti pare?».
La luna, la sera.
Il giorno che volge al termine, le serrande che si abbassano, le voci che si placano, le piccole luci delle case che si accendono, i corpi che si abbandonano al riposo. La fatica del socializzare, del gesticolare, del compiere azioni meccaniche alle quali non prestiamo più attenzione, la velocità alla quale obblighiamo il pensiero e l’eloquio, il giudizio frettoloso a cui sottoponiamo gli altri e noi stessi. I rituali omologanti che deturpano la vera magia del rituale anche quando oserebbe essere autentico.
La sera, la luna ci osserva e sembra dirci di rallentare.
Ci supplica di concederci di tornare piccoli, con le nostre paure, le fragilità, le idiosincrasie e tutte le cose che durante il giorno non è bene mostrare.
Sarà perché io questa fase non l’ho vissuta, che ne sento una mancanza ancestrale.
A volte sento mancanze brucianti di cose che non conosco davvero. A voi non capita, forse?
La piccola non ha voluto sapere di più. Ha aggiunto soltanto che a lei piace anche il sole, che le mette allegria e voglia di uscire a giocare. Poi la sua visione si è rarefatta e lei si è dissolta come la nebbia quando si dirada all’improvviso.

Non l’ho mai conosciuta, mia figlia. Non c’è mai stata, una figlia. Io la vedo, ci parlo, ma lei non esiste. Però l’ho tratteggiata nei miei sogni.
Spesso sogno a occhi aperti, durante il giorno.
È un peccato, perché avrei davvero voluto conoscerla, guardarla negli occhi e credere che una parte di me migliore potesse esistere e che proprio io l’avessi concepita. Sono sicura che avremmo avuto conversazioni interessanti, intime anche. E avrebbe sentito la mia insofferenza, quando accade. Non l’avrebbe giudicata, ma l’avrebbe presa per mano. Mi avrebbe aiutata, ecco. E accettata.
Ma ai figli non è questo che dovrebbe toccare, dopotutto. Al contrario, semmai. Un genitore deve fare il genitore, se i ruoli si invertono, i danni sono irreparabili e io lo so bene.
Ha fatto un affare a starsene dov’era, la piccola. Non sarei stata una buona madre per lei.
Dite la verità, lo pensate anche voi.
Non volevo fare niente di quel che si conviene ad un buon genitore. Non avevo il desiderio di andare a comprare oggetti per l’avvento, non volevo che mi facessero domande sulla gravidanza, non volevo che mi chiamassero mammina o che usassero stupidi vezzeggiativi per rivolgersi a me.
Non avevo l’istinto, l’impulso. O cose del genere.
Non volevo che mi facessero passare prima in coda alla cassa del supermercato, non sono mica malata, pensavo. Voi mica la conoscete la mia vera malattia.

«Taci! E piantala di raccontare la tua storia strappalacrime. Sto progettando!». È tornata a parlarmi con quel suo tono ingrato e minaccioso.
«Quale sarebbe il progetto a cui stai lavorando? Illuminami, ti prego», le chiedo.
«Il mio progetto è stare bene. Prevede una lista di pochi e chiari punti da rispettare per guarire DA TE. Con le mie sole forze come unico rimedio. Il mio elenco recita così:
Punto uno: Che io assuma sempre meno gocce del nettare di luna in boccetta.
Punto due: Che io sia progressivamente sempre più in grado di non ascoltarti quando mi parli direttamente, né quando racconti ad altri la mia storia né tantomeno quando mi istighi a reagire con furore alle cose più stupide.
Punto tre: Che se per una settimana riuscirò a tener fede almeno in parte ai due punti sopracitati, potrò ritenermi soddisfatta. E concedermi un tempo necessario a stilare altri punti o stabilire altri criteri.
Certo…I progetti vanno stesi nel dettaglio, no? Non sarà facile conciliare tutto, ma le liste aiutano. Sì, aiutano e poi…».
«Shh! Ora vai», le dico, interrompendola bruscamente.
«Per oggi mi hai dato fin troppo retta. Vai, tieni fede al tuo progetto. E, ricordati, non sono io la nemica da cui difenderti. Ne esiste una sola, che ci mette l’una contro l’altra. E, comunque, la mia storia è anche la tua, in caso non te ne fossi accorta. A volte vuotare il sacco fa bene, cosa credi. Non che tu debba avere per forza un interlocutore, basta un muro, un vetro sporco, una visione che abbia cura di non dileguarsi fino a che tu non abbia finito di parlare.
Vedo che fai piani, guardi al futuro e agisci con ottime intenzioni, non ti biasimo. Non vuoi più sentirle le cose del passato, ma sono io che faccio il lavoro sporco, quello che tu mi impedisci di fare. Ti vergogni, eh? Cosa pensi di poter costruire se non elabori quello che è stato? Una casa nuova può forse costruirsi su fondamenta marce? Noi due siamo una cosa sola. Siamo il vecchio e il tentativo del nuovo, siamo il male e la cura, siamo luce e ombra, siamo il dolore che abbiamo vissuto e la gioia di cui siamo ancora disperatamente affamate».
Intravedo un abbozzo di sorriso sul suo volto.

Mi infilo il cappotto, mi guardo intorno, c’è un gioco della mia bambina per terra. La tentazione è forte, ma lo lascio lì dov’è.
Tutti hanno il diritto di desiderare la gioia ancora una volta, almeno una volta. Non è vero? Me lo dice la bambina che non ho mai partorito, tutte le volte che mi appare dinnanzi.
Me lo dice l’altra parte di me, carica di rabbia, e di desiderio di ricominciare.
Vado alla finestra, col pugno pulisco la patina dal vetro e mi alzo il bavero. È uno di quei gesti che mi rassicura, sistemare il collo della giacca. Rassicura entrambe.
Ecco, sono pronta.
Sul piccolo tavolo della cucina campeggiano i resti di una colazione frettolosa. La mia.
Torno a sedere sulla solita sedia, spalle curve, sguardo basso. Per quanto mi sforzi, non riesco a lavorare sulla mia postura. È lo specchio di come mi sento, è il modo in cui mi difendo, sono io.
Sono pronta.
Ma quanto è pesante, oggi, questo dannato cappotto.

 

 


 

Alessandra Cella nasce a Torino nel 1980 ed è una felice abitante della misconosciuta Val della Torre. Si laurea in lettere moderne e frequenta numerosi corsi di formazione  nell’ambito del mondo dell’infanzia. Conduce laboratori espressivi per bambini e pratica da sempre le arti del canto, della recitazione e della scrittura (poesia, prosa e testi teatrali).
Partecipa ad alcuni concorsi letterari e pubblica due albi illustrati con Le Brumaie Editore: Felicina e Lucetta e Olivia Verdolina.
Nel 2016, realizzato nell’ambito del progetto europeo Alcotra TRANS.FORM.ED e destinato ai circuiti didattici, nasce l’albo illustrato da Martina Guidi e scritto dall’autrice “Un posto per Ligabue” .


2 risposte a "Gocce di mezzaluna"

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