Annata

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No. Non accetto il responso dei giudici.
Non fanno altro
che concedermi
benefici, per il giorno feriale
e quello festivo, per l’estate,
e la domenica, triplo dessert.
Ho televisione a colori
e ogni forma minerale
di umanità,
perché la mia redenzione
avvenga
a porte chiuse, senza strepito e senza clamore.
Sono un mostro.
Ho staccato,
mi dicono,
il seno di mia madre –
io non ricordo –
con un morso
blu.
Ho dolci a sazietà
e liquori per la mia attempata
pubescenza,
sempre vivo, sempre angelico,
calcio i sassi nel cortile
(fine pena mai)
con fermezza
e mi applaudo e mi attacco da solo,
i secondini stanno a guardare, materni.
Partecipo a un corso sperimentale
per imparare
il mandarino –
che ho dimenticato –
e le basi di qualcosa:
danze caraibiche, judo,
problem solving.
Bevo latte bianco
munto dalla poppa
di una mucca, una prostituta
che per poche balle di fieno impara
giorno e notte
i denti di una macchina che mi ama
e che mi va a nutrire,
figlio di dilemmi non suoi,
figlio dei suoi aguzzini.
Gli uomini, allegri cannibali –
grazie – mi dicono “bravo”,
e se non ne sorrido sputano in terra.
Un giorno un premio:
cinema all’aperto.
Un altro
l’ovina banalità dei libri
da cui si cancellano le lordure
a forza di “io so”
e altre cecità.
Pesanti, lezzi vizi di gola
ben tollerati
con il loro odore
nitrico,
murino. La notte sogno ciò che ho letto,
visto, detto e fatto,
e mi dico:
bene, bene, un altro giorno è passato,
a te, prigione!
E cado come un ciocco,
come un filo di bava
che mi rosicchia le unghie,
marzapani inzuppati.
Ma l’umano, quello è troppo –
un capriccetto: nella cella non entra.
Passa il corriere,
lascia alla porta
la bibbia e le frasi
in sanscrito di una mensa digitale,
scelgo la cena
vado a fare bisboccia con gli amici
di prigionia,
Nietzsche, Proust e Mahmoud.
Ma l’uomo la donna
stanno alla larga,
vessati da un’ordinanza
pudica.
La radio mi conforta
della mia esistenza prenatale.
E’ qualcosa.
Medito di mandare in diretta un’opinione
sul mio gusto di gelato preferito.
Mi arresto, consapevole di non averci mai
pensato.
Un solco inerpicabile
si apre tra me e l’umanità.
Cioccolato? Panna?
L’affiliazione ignota.
Ammetto di non avervi mai pensato
e, per quanto mi sforzi,
resta un fatto
insolubile.
Su cosa radunare
gli amici, i lettori, gli amanti?
Ammetto di non averci mai pensato.
E la leggera cordialità
della domanda,
ne fa una beffa inevasa, una fra tante,
per cui la cura – lieve,
è sempre la stessa:
una sera in più ad abbuffarsi,
cuore bianco legato
fra rotoli di ciccia –
e scalda, che importa –
e un cinema da solo, se mi va bene.
Le mamme mi guardano con costernazione,
enorme, pudibondo piacere:
come, non hai mai scritto sul gelato?
Niente – niente?
Non un cuore?
Scartabellano i miei libri,
i miei pallori.
“Troppo ingenuo”, “troppo fuoco”,
“troppo bolso”. Mi è stata mostrata una chiostra
di denti,
un tondo perfetto,
sul braccio di una donna.
Dicono sia io a farlo,
ogni giorno,
ogni giorno, ogni giorno.
Guardo perplesso:
come minaccia il piacere altrui –
soprattutto di chi lanci un’accusa.
Mi hanno portato per le fiere,
come una bestia altrui,
assiderata,
con la scritta:
affonda i denti nel cuore di sua madre –
e per buon cuore
mi coprono gli occhi
e i denti col rossetto.
Per far vedere
un mostro,
cui le unghie
trafissero i capezzoli
e il fondoschiena.
Le botte di mio padre le ricordo:
è passato poco tempo.
La prigione mi ha salvato.
Ancora,
pudico ancora,
ogni giorno mi dico:
il mio corpo, medicale,
l’ha salvato,
pacificato, guardandolo, sedotto.
E invece la ferita ricomincia
e io ancora
ho senso
di quel male
ottusamente, ancora
ottusamente.
Ora scrivo ricette
agli uomini
e sogno di divenire, un giorno,
un mistico: piegarmi al dio
dell’ateismo.
Coltivare un orto, vivere in anemica serenità.
Per ora mi ingozzo e prego.
La radio dice che il mondo finirà domani.
E in fondo, tutto
ciò che ho visto e agito
dev’essermi piaciuto un mondo!
A che pro punirmi altrimenti?
Buono.
Buono.
Non hai provato nulla.
Eri sotto il giogo di un demone.
E riempie di morfina il petto
di gola e trachea.
Questo mi sembra insano.
Quante sciocchezze!
Se sono pazzo, mi credo marquis de sade,
ecco,
che gioia non sia che bene –
e che, nel tormento
non sia che un altro –
piccolo, ombroso –
a sentirla in noi…
è ciò che lieti provano
con la forza delle loro argomentazioni
questi arzilli
imbecilli
in blister da dieci.
Noi siamo vittime.
Vittime!
Ci gridano, ora,
del nostro male.
Non abbiamo sé.
Insulso il nostro potere,
eva
era una pazza
e perciò non merita l’inferno,
il tormento divino, no,
merita una rubrica di consigli del cuore
e un atelier.
E adamo un mazzo di rose.
Insulso il nostro potere, insulso.
Il dio urbano, morte
dei cammellieri,
ha fame della mela
meno del prozac,
e sotto il camice
rivela volti ben rasati e normali,
culmine di un io benevolo,
un dio vivo
la siringa tra i denti –
barbagli, trilli, pronta a cadere
sul mostro,
alè.
Almeno credere di averne goduto,
un tempo –
non si può.
Tra dessert e morfina
sono il rambo del pisolino.
La marie curie della briscola.
Che bravo,
caruccio, amour fou!
Hai imparato a far fiori di carta!
Si posano in semicerchio,
bianche colombe per la foto ricordo.
A una penzola il catetere di urina al braccio.
Che bello.
Certamente dimenticato.
Non proverò nulla e sarò morto.
Solo nella gioia sono pazzo,
e nel tremore.
Ricordo così bene il dolore,
la sua brillantezza,
la sua ragione.
Ma nel bene io dimentico.
Sono normale. Ho gli occhi a palla,
bevo succo, non tè,
non alcolici.
Un giorno,
crebbi e riuscii a difendermi
dai calci di mia madre.
Lei mi picchiava con estasi e sputi
e sanscrito di paese,
mio padre
rimase più forte.
Un giorno, giuro,
il mio corpo crebbe potendo
lottare
e la ragione sola, per un attimo,
illuminò anche la mia povera testa pazza,
non avevo paura, non dovevo
cantare.
Ero libero nel mio dolore.
Potevo vederne ogni cellula
ora che la cecità
non era più un modo di difendersi, un lenitivo.
Ora i miei muscoli
erano sodi,
e la voce bassa…
Mi portarono qui prima che scoprissi
che la mia forza, brutale,
batteva la loquela lunga e civettuola di mio padre
che era più tardo…
I suoi bicipiti di vecchio
resteranno più forti dei miei.
Mi dicono che non ho voluto, non ho detto.
Che non ricordo.
Un fremito
e il corpo è libero dal terrore
della forza fisica altrui,
libero dalle concessioni
che il corpo compie,
di grazia, levità
per lasciar penetrare il mondo sulla pelle, ancora, come un balsamo,
lo sputo e il piglio…
Non serve.
Al diavolo!
Sono più forte.
Con un sorriso
mi hanno sottratto a quel dolore,
non perché io, da adulto, fossi segnato,
ma perché mio padre non dovesse portarne il peso.
Con un gesto d’intesa,
hanno oliato il mio terrore vecchio di ruggine,
di grida giocate nel vuoto e mai rese,
con un solo sorriso:
il braccio è stanco, padre, signore.
Intesa tra loro.
Ora, solo ora,
basta. Hanno carezzato la sua mitezza.
L’avete apprezzata? chiedo.
Sì, dice l’infermiera con la siringa piena.
No, dice la madre con gli occhi focosi di rabbia.
Corpo non più crocifisso.
Solo sasso.
E ora che dire di questa immunità
garantita dalla prigione,
tutta biscottini e giornali del giorno e serial –
una bomba lontana – quelli che voglio!
In otto lingue!
Sono un genio
(lo diceva sempre mia madre),
conosco anche il nippo-canadese.
Dove vuoi andare?
sussurra un’infermiera.
E’ l’ora del…
Uno zio prete
l’occhio magnificato
da una telecamera su cimici e rosari
prende parte
al gioco.
E io mi vesto,
docilmente.
Sarò più elegante
quando accenderà la sua piccola
luce
rossa
che si chiama “dio”.
“Farai bene a crederlo”,
e giù una raffica di porcherie.
Al momento della cena
mi strizza un occhio sotto i ferri,
e agli astanti dice
“tutto bene, tutto bene!”,
e tutti sorridono dolcemente
perché vedono il mio orrore:
li toglie dall’imbarazzo.
E lo sguardo del prete dice
che sa e non può dire.
E’ questo sguardo
che rende matto un matto
e grido, grido
al silenzio
finché mi portano
a rimpinzarmi di zuppa inglese.
A letto tengo conto di tutte
le mie vittime,
poi,
quando mi hanno legato,
ho continuato nella mia insania.
Via questo stomaco,
via queste dita, via questa testa,
e l’occhio, l’hanno contaminato, il sesso –
non so se sono un bambino o una bambina
(non ho mai guardato) –
a volte vorrei essere nulla più di un libro
pieno di parole
inutile
come la merda,
che non ha un buon sapore
se un giorno
provate,
e anche per questo è benedetta:
perché non si mangia.

La morte anima

Ricordo bene la sensazione:
il dover tornare a casa
quando fuori c’era tanta gioia,
tanto amore,
sembrava.
Il giorno si era lottato,
invano.
Per molti anni l’ho dimenticata:
non si tornava a casa la sera
scortati da un padre premuroso
verso le sue botte,
tenerelle, e la television paffuta;
ma si tornava la notte
assuefatti alla stanchezza,
il cuore pieno di gioia,
liberi
dalla scadenza del giorno.
Non è più così.
Le gambe forti e la gonna
la cui chioma guizzava sulle caviglie stanche,
piene della brama del camminare,
è un ricordo
tra tanti.
Il mio corpo si spegne dolcemente in pantofole.
La tisana è l’ottava del giorno.
Torno al cicaleccio inoffensivo dei vicini
e la morte, tenuta a bada
ride e si dispera, fuori,
dolce cavalla impazzita,
di aver perduto la compagna
dalla caviglie gonfie.

 


Angela Gatti è un nome di fantasia. La persona che vi risponde vive a Torino, non è più giovane, ha una gatta di nome Minerva e ha letto le sue poesie in teatro, le ha vendute per strada, non ha mai usato i social.


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