Due

Illustrazione di Marta Goldin

 

#1

Clonazione? A colazione pasta e fagioli della sera prima. Più che altro alienazione. Noia? No.
Incontri ravvicinati a sballi intervallati.
Sgrugnate del sabato sera zompettando per le scale. La caviglia sx ringrazia. Pure la famiglia cecapecore…sempre rossa. Tosse grassa.
Prendiamo un micetto.
Ma andiamo avanti.
Dolly parla molto. Porta collane di Polaroid. Sancho la fa ridere. Si veste sempre uguale ma al momento non è un problema.
Dolly c’ha la ruota per Jessy Pinkman e Sancho per il suo divano rosso.
La scuola è finita da un pezzo. E Roma stamattina ti ingoia. Semafori tutti verdi. L’odore di pizza bianca bussa alla finestra.
Stazione Ostiense. Bianco piramide che acceca. Non indossa altro sotto i ricci. Sotto le occhiaie.
Un sorriso 100denti.
I pendolari walking dead. Lunedì diventa martedì.
Dolly stasera va a ballare e Sancho guarda la partita in televisione. Primitivo sfuso.
Maestro di liscio e tango argentino. Un vero manzo latino.
Applausi.
Dolly torna a casa. Si strucca. Lo raccoglie da terra. Vorrebbe baciarlo. Ma puzza troppo. Non lo sveglia.
In testa una rapina andata bene.
Nel cuore una tempesta…e troppi pensieri che non c’entrano su st’A4 ruvido.
Dai bordi taglienti. Due stelle splendenti. Raggi di luna.
A Dolly per il momento non serve altro.
Il suo gregge è lontano. Il presente è già passato.
Ha ancora tutti i punti sulla patente.

#2

Dolly ha un nome sobrio. 
E questa cosa la perseguita. Soprattutto nei week end quando di treni ne passano meno e il prezzo dei moscow mule raddoppia.
E lei allora lascia. 
Lascia la caffettiera raffreddarsi ed usa il caffè per fare il ciambellone.
Lascia la lavatrice con l oblò aperto per controllare che niente abbia intasato il filtro.
Lascia che i sogni spariscano piano mentre da piccola li annotava tutte le mattine sul diario segreto.
Sancho oggi è andato a camminare.
In pochi mesi intorno a lui hanno costruito dei palazzi.
Un Todis. Una pizzeria di cui già ha sentito parlarne male.
Una chiesa.
Lui dei sogni non sa che farsene. Li raccoglie come balle di fieno alla fine dell’estate e se li lascia dietro le spalle come capelli da asciugare.
Quelli che lo facevano sembrare un Super Santos in prima liceo.
Quello che è mio è tuo. Si dicevano sempre…ma tutti e due sapevano che quello che era proprio era più dell’altro.
E quello che era dell’altro rimaneva sempre più dell’altro.
Ma che cos’è l’amore se non questo?
Non corse a cavallo verso il sole che scende dietro le cementerie.
Né il caffè di marca in offerta sullo scaffale più basso dell’ Emme Più.
Non è di certo un pranzo di gala né un atto di violenza.
La coerenza.
È già mercoledì. Nessuno dei due ha voglia di lavorare. Sancho porta giù l’organico e se ne frega che non è il giorno stabilito dal comune.
Stasera farà lo spezzatino con patate e carote. Dolly lo vuole al sugo.
Allora ci penserà tutto il giorno. Poi casualmente scorderà di strappare due foglie d’alloro dalla siepe sotto casa della madre. E lo farà al sugo.
Inventando altre scuse con se stesso. 
All’età sua era stanco di litigare.

#3

Sancho ieri ha mangiato fuori. E oggi passerà tutta la giornata sul divano. 
Dolly lo evita. Puzza di aglio.
E stanotte ha russato di brutto.
Lo rimprovera sempre quando beve troppo. E lui se la guarda sfoderando il suo miglior profilo Jonh Belushi. A volte funziona. Altre meno.
Per un ottimo tajine di agnello.
Sminuzzare sedano carota cipolla aglio e spezie.
Far rosolare la carne da tutti i lati.
Togliere l’aglio. E ricordarsi di farlo.
Ricoprire di verdure a gusto.
Chiudere il tajine. E farlo andare per un paio d’ore scarse senza mai aprire.
Vino per accompagnare Syrah.
Frappato. 
In offerta a tre euro all’H/24 sulla Collatina.
La giornata è tutta lì.
Stasera Dolly esce. Al pub sotto casa fanno il karaoke.

#4

Dolly oggi ha preso il bentelan
Ma si deve sbrigare a pulire casa perché viene la madre a trovarla e già sa che le farà un milione di domande.
Sulla sua salute. Su come è vivere da sola.
Su quale serie sta guardando.
Se sta mangiando sano o solo pizza.
Se compra surgelati.
Se ha un uomo.
E ogni volta si scolano tre litri di vino spuntato che la madre porta solo per l’occasione.
E finiscono a dormire sul divano avvolte dai loro pensieri.
Dalle aspettative che ognuna ripone nell’altra.
Dalle risate.
Dalle lacrime.
Quando riprendono vita l’ultimo treno è già passato.
Allora Dolly chiede a Sancho un passaggio.
Va bene.
Dolly saluta la madre con il solito abbraccio.
Accosta la porta seguendola con la testa poggiata allo stipite fino a vederla sparire vicino le scale.
Ogni volta è sempre come un viaggio a ritroso nel tempo.
Senza dolore.
Allora si avvicina alle buste di plastica che la madre le ha portato da casa cercando qualcosa di buono.
Marmellata di more fatta in casa.
Zucchine sott’olio.
Biscotti.
Poi si guarda allo specchio e cerca un elastico per legarsi i capelli. La madre ha scordato tabacco cartine e accendino sul mobile all’entrata di casa.
Gliele ridarà la prossima volta che viene.

#5

Dolly è a ballare con le amiche quindi Sancho ha tanto tempo per pensare.
Tempo fa avrebbe scritto una canzone. Facendo rimbalzare le note e le parole tra le pareti del salone. 
Ma stasera no.
Stasera tra lui e la sua canzone c’è una bottiglia di troppo.
Stasera con le sue dita piccole non tocca una chitarra. 
Non va a caccia di falene né ha mai giocato a tennis.
Non va in settimana bianca né sullo skate.
Ma si stuzzica sempre la cicatrice che ha sotto lo sterno.
Come con tutte le altre ferite non può non toccarla.
Non può non ricordarla.
In realtà Sancho ha una memoria che perde colpi. 
Ricorda quando il nonno gli aveva insegnato a rubare e non con quanto fosse uscito alla maturità.
Ricorda la prima partita che aveva visto allo stadio e non che la sera prima aveva cucinato un ottimo risotto.
Ricorda tutti quelli che lo avevano offeso o trattato male non solo per vendetta. 
Ricorda quando aveva rotto il naso a Paola rincorrendola con la bicicletta.
Quando durante una lezione di educazione fisica mentre faceva le flessioni scureggiò davanti a tutti.
Quando fece il primo pallonetto a Christian che era il doppio di lui.
Ricorda quando si nascondeva dentro i bagni del campeggio a Soverato con Luisa.
Che poi sta stronza davanti a tutti neanche lo salutava.
Quando si comprò l’esame di teoria della patente in cambio di 25 gr di fumo scadente.
Quando fu arrestato a diciassette anni per aver scavalcato la notte di capodanno il muro di un cimitero.
Ma ora Sancho ha finito i ricordi e si gira un’altra sigaretta.
Che poi fumare non gli era mai piaciuto. 
Era solo un escamotage.
Manda un messaggio a Dolly. 
Mi si chiudono gli occhi.
Non bere troppo. 
Ti amo.
La ricetta del risotto nella prossima puntata!

#6

Con quali occhi vedi il mondo?
Li porto appena sotto la fronte. Dietro una frangia lunga o socchiusi che sia mi permettono di guardare.
Di osservare.
Allora adesso cosa vedi?
Vedo un uomo solo o solamente una donna. Forte. Fragile.
Vivi entrambi.
Vedo un cane che abbaia solo quando citofonano. E non si fa problemi a pisciare ovunque.
Vedo un tramonto che rinfresca i contorni e apre le porte alle stelle. Come un’acne prepotente che ci illumina.
Ci indica dove andare.
Vedo una strada in salita con tante curve e l’asfalto diventa sterrato. Meglio continuare a piedi.
E addormentarci tra i campi di papaveri. Rosso a perdita d’occhio.
Ma non era il tramonto? Sì.
Sta vedendo la notte. E i papaveri rossi diventeranno neri. Come il mio sangue.
E tutto sparirà come uno stupido nascondino.
Un videogioco in cui perderemo.

#7

Dolly non parla da due ore. Un timido silenzio nascosto sotto le cuffiette.
Sancho passerà il weekend a vedersi i nuovi episodi della sua serie preferita. Non aveva mai visto prima film o qualsiasi altra cosa in costume. Ma questa cosa l’aveva superata. 
Proprio come aveva superato il suo odio per i carciofi. Che a breve sarebbero ritornati sui banchi del suo egiziano di fiducia.
Li maneggiava uno per uno prima dell’acquisto e una volta a casa toglieva tutte le foglie esterne e parte del gambo.
Poi una volta ridotti a cuore li strofinata con mezzo limone per non farli annerire.
Con cosa poteva sostituire il limone volendo non ossidare se stesso e la sua anima. Con cosa si sarebbe potuto strofinare. Dove immergersi?
Qualche giorno prima Dolly aveva prenotato per loro una vinoterapia che consisteva in quarantacinque minuti in una vasca idromassaggio piena di schiuma in cui l’inserviente avrebbe versato davanti a loro una bottiglia di buon Chianti. 
Diciotto euro a bottiglia diceva la brochure.
Inoltre compresi nel pacchetto due calici per loro sul bordo della vasca. Se li scolarono di fretta e dopo cercarono di fare l’amore. Nessuno dei due venne però…la stanza era piena di fumo e una temperatura da bagno turco non li aiutava di certo. Pocomale
Fecero passare i quarantacinque minuti abbracciati cercando di continuo un appiglio coi piedi per non scivolare nella vasca. Sancho diede pure una grossa culata e morirono dalla risate. Mezzi ubriachi.
Lui era così. Si faceva sempre male lui per tutti.
Tornati in stanza si baciarono a lungo come ragazzini. Nudi di fronte allo specchio dell’armadio che avevano davanti al letto. A Sancho piaceva troppo quello specchio. Guadagnare quei pochi centimetri di cazzo lo divertiva.
Dopo l’amore Dolly e Sancho si guardarono sicuri che quello versato nella vasca fosse un vino scadente da tavola rimboccato nella bottiglia di Chianti.

#8

La cosa è che a ‘na certa tutto te sembra piccolo. Tutto te va stretto. Nt’entra proprio. 
E ne’ perché te sei dimagrito né perché te sei accorciato. 
Né er crossfit. Ma manco a prepugilistica.
È quer momento che te guardi intorno e l’amici tua der bar non li poi più vede. Non poi più vede manco er barista. Eppure ce sei nato. Ce sei cresciuto.
È quer momento che dici vabbè stasera n’esco. E te ne stai sur divano come n’cojone. Come n’vecchio decrepito. De quelli colla forfora sull’occhi. De quelli che je puzza a pelle. Mortacci loro. 
È quer momento che in due ve bastate. Ma è strano diocane. Eppure avviene. Succede. 
È n’fiume n’piena che te sommerge. E n’tera mmai capitato. E te lasci anna’….senza n’appijo. Senza sape’ ncazzo. 
Diventi ‘na barca. Sei proprio tu a barca. Ma n’c’hai i remi e non sai ndo attracca’ ma nte frega ncazzo.
È quer momento che apri na boccia de Merlot che hai preso in offerta a due e novantanove alla Risp. E addirittura te piace. Perché c’ha undici gradi. So pochi ma te ‘mbriacano come fossero venti.
È quer momento che non vedi l’ora de fa cose peffa’ e storie insta
Pe mette e foto su facebook e aspetta’ i pollicioni dell’amici. E commenta’ insieme. E ride insieme. E avvorte pure piagne.
Basta che sia insieme.
Dolly stasera è scita coll’amici sua e Sancho sé finito a serie sur divano. 
Mo je’ salita npo de malinconia. Quand’ è così se mette a scrive. 
Riempie nfojo de parole poi o brucia.
Se vergogna a fa sape’ all’amici sua che ognittanto se sente npo’ poeta.

#9

Saremmo anche forti come tralicci dell’alta tensione. 
Ma un filo sottile ci unisce. 
Potremmo prendere fuoco.
O spegnerci.
Uccidere o portare vita.
Quello che passa attraverso di noi di solito divide.
Uccide o porta vita.
Guarda meglio.
Nello shock trova il tuo spiraglio.
Nella rottura il cambiamento.
Ci bagnerà un soffio di luce.
Un brivido prima di chiudere gli occhi.

#10

Oggi Sancho ha fatto il risotto. 
La domenica gli piace mettersi ai fornelli mentre Dolly fa le lavatrici.
Riempie casa con l’odore del brodo.
Poi del soffritto.
Mentre cucina Sancho ripensa sempre a qualcosa. I ricordi riempiono la casa insieme agli odori.
Oggi ha solo un’immagine in testa. 
Il padre gli aveva insegnato a guidare a sedici anni. Il gioco frizione acceleratore al momento della partenza. E poco altro. Il resto l’aveva capito da solo.
Doveva essere stato veramente azzardato per suo padre piazzarlo al comando della sua Fiat 124 a quell’età. Eppure lo aveva fatto disobbedendo ai suoi principi. 
All’uomo timorato di Dio e delle leggi degli uomini e della strada che era stato fino a quel momento.
Ma Sancho non voleva assomigliare a suo padre. E quelle immagini volavano via nella pioggia che quella domenica cascava senza vergogna.
Una volta cotto il riso Sancho spegneva il fuoco. Metteva nella padella una noce di burro e due manciate di parmigiano. 
Poi copriva la padella e preparava la tavola.
In quei tre minuti prima di mantecare il risotto restava in silenzio seduto sul pizzo dello sgabello. E ogni volta si riprometteva che dopo pranzo avrebbe chiamato la madre per sapere come stava.

#11

Sigla.
Una musica interrotta da tuoni.
Va via la corrente.
Pozzanghere sotto il frigo.
Foglie secche in fondo agli occhi.
Una tavola da sparecchiare. 
Raccogliere molliche di neve.
Tossire con la mano davanti la bocca.
Un bicchiere di Merlot si rovescia.
Sembra sangue.
Sembrano i semafori della Casilina.
O della Prenestina.
E poi tuffi.
Come bacchette in un lago di Ramen.
Pesci rossi dove bevono i cavalli.
Spaghetti.
Serpi.
L’amore a volte sembra odio.
O una mezza porzione di tiramisù con le fragole.

#12

Sigla.

La verità.
Quando ti schiaccia come un macigno che porti sulle spalle.
Che ti spinge il petto sull’ asfalto rovente all’ora di pranzo.
Che ti piove addosso come un uragano.
Che ti porta via come un monsone.
Più forte di un uppercut.
Più veloce del lampo.
Dolly guarda fuori piovere i suoi pensieri.
Ha pulito i vetri del bagno il giorno prima ed è intrattabile.
Sancho pulisce i broccoletti ed non gli va di parlare.
Allora canta. Sottovoce.
Cedere alle onde del destino, ora in piena, mentre il sole in cielo inciampa su se stesso
Il destino. Il loro destino.
Una cosa che li accompagna. Mentre vivono. Mentre ridono.
Mentre si lanciano le cose solo per il gusto di prenderle al volo.
Sono onde.
Mentre mangiano. Mentre fanno l’amore il pomeriggio.
Mentre litigano. Quando si mandano le foto nudi.
Sono onde.
Quando mandano le foto sbagliate.
Alle persone sbagliate.
A quelle giuste al momento sbagliato.
Ma intanto non smette di piovere e Dolly prende i biglietti per Dublino. Farà freddo. Ma si scalderanno una Guinness dopo l’altra. Pub dopo pub.
Voglio addormentarmi e non sentirti
Dire che il tempo ha avuto la meglio su tutto
Nomi senza casa, senza meta, mezzi senza fine…”
Sancho si stappa una Peroni.
E mentre cucina trova la sua quiete. 
Passa la bottiglia a Dolly che gli si avvicina stringendogli le braccia al collo.
E tornano le onde…
L’odore della pioggia si mischia a quello dei broccoletti e riempie la casa.
Tutti e due hanno scritto sulla pelle che…
la fine non è la fine“.

#13

 

Sigla.

parleremo per immagini
per tenere gli occhi bene aperti su quanto non si vede
Cosa si vede.
Una casa di quattro piani.
Una Renault Cinque bianca parcheggiata sotto.
Senza parabrezza.
Senza sportelli e speranza.
“Affinché tutto accada di nuovo oltre che nulla vada perduto”
Una porta si apre.
Scale.
Squilla il telefono dell’appartamento a fianco.
Nessuno risponde.
Scale.
C’è qualcosa nascosto sotto il mio letto.
È una città invisibile. O invivibile.
È il motivo per cui ci chiamiamo con un nome invece che con un altro.
Le campane suonano perché sta arrivando la sera.
Passa la processione.
Musica.
Ma sono solo palloni da calcio lanciati per le scale.
Il rumore rimbalza fino al quarto piano.
Poi ritorna sempre meno forte.
Diviso.
“vestiremo splendore con la determinazione di mille inverni”
Aprire e chiudere gli occhi.
Le pareti umide di una soffitta. Dove mi nascondo da sempre.
Tra le brochure che spiegano le procedure di evacuazione in caso di ammaraggio.
I numeri civici dispari di via dei Mughetti.
Dodici tavolette di legno raffiguranti la Via Crucis.
Vinili di Adriano Celentano.
Una televisione Mivar troppo pesante da portare agli ingombranti.