Storia del professor De Grandi, il più grande genio di tutti i tempi

Illustrazione di Mari Madeo

Il laboratorio del professor De Grandi saltò in aria in un momento che non può trovare collocazione nel continuum spazio-temporale. Per beffa della sorte, tuttavia, la lapide dell’insigne scienziato reca comunque una data di morte ben precisa: 11/7/2054.
I giornali riportarono addirittura l’esatto orario dell’esplosione: «Tragedia nel mondo della scienza – La città di Molfetta si è svegliata con un enorme boato. Alle ore 05.17 di ieri mattina, le finestre dell’intero quartiere di Madonna della Rosa hanno vibrato; qualcuna si è infranta. A venir giù è stato il Palazzo degli orizzonti, da quindici anni sede del laboratorio di ricerca dell’equipe guidata dal professor De Grandi, luminare dell’astrofisica di fama internazionale, già premio Nobel nel 2029 per la scoperta dei buchi beige. Ignote le cause dell’esplosione, che ha troncato le vite del grande scienziato, del suo assistente, il professor Poltroni, e dell’assistente di quest’ultimo, il dottor Turi. Con la loro dipartita, l’Italia e il mondo intero piangono la morte di uomini grandi, ma non solo: l’evento arreca un danno inestimabile al progresso della conoscenza umana. Il lavoro su cui l’equipe si stava concentrando da ormai cinque anni, infatti, rischia di andar perso insieme a tutto ciò che il Palazzo degli orizzonticustodiva: attrezzature uniche al mondo e migliaia di sostanze sintetiche e reperti ancora in fase di brevetto o schedatura, esito di sperimenti laboratoriali difficilmente riproducibili altrove. Con la morte dei tre grandi ricercatori, muore tutto ciò che l’umanità sa sulla zeppa dello spazio-tempo». Una vera beffa, insomma: quando De Grandi riuscì a realizzare ciò per cui lavorava da una vita (fermare il tempo per un attimo), nessuno lo venne a sapere, se non la ristretta cerchia di morituri uomini di scienza.

A parte il De Grandi stesso, in verità, nessuno ci aveva mai creduto davvero, manco il professor Poltroni. Non appena il maestro si voltava o cambiava stanza, l’infido assistente bisbigliava all’assistente in seconda: «Questo si è rincoglionito di brutto», e Turi rideva ebete. Del resto, si diceva Poltroni, non c’era che d’aspettare che tirasse le cuoia e gli lasciasse il comando: De Grandi aveva già ottantasette anni; aveva scritto la storia della fisica, ma era ora che si levasse dalle palle. E siccome pure Poltroni, che di anni ne aveva sessantanove, non è che fosse un virgulto, si era scelto un deficiente come Turi per assistente: voleva evitare che gli facesse le scarpe prima che lui riuscisse a farle al capo.
Nei suoi ultimi giorni di vita, De Grandi era diventato più euforico del solito, e Poltroni proprio non lo poteva soffrire. «Guarda, guarda, guarda, aggiungi brontosolfato di ionio in K23A78Y ché ce la facciamo! No, un po’ più a destra… un po’ più a sinistra… E lascia stare quel quasar, cazzo! Guarda, guarda, guarda…».
Era un vero stress, il professore, quando gli prendeva la mania. Metteva il laboratorio sottosopra e impartiva direttive a destra e a manca, finché non si spazientiva e strappava la proboscide quantica dalle mani del Poltroni per fare lui.
Alla fine, comunque falliva.
«Ti rendi conto? Ti rendi conto o no dell’enorme portata pratica di ciò che stiamo facendo?», ripeteva De Grandi all’allievo. «Mentre il mondo è in pausa, rimetteremo in sesto l’ecosistema! Ricongeleremo i ghiacciai! Rincolleremo i brandelli di Venere, sbriciolato con imperdonabile inettitudine dalla missione Venus in furs 2037!». Poltroni rispondeva puntualmente scettico e seccato: «Ma se fermi il tempo, di grazia, mi spieghi come cazzo fai a muoverti e congelare, rincollare, rattoppare e quant’altro?».
«…Ci penseremo, ci penseremo», rispondeva il maestro scuotendo la mano, come a dire “poi”.
«E metti caso che davvero fermiamo il tempo (dico così per dire, perché lo sai pure tu che è una sonora fesseria): mi dici, sempre di grazia, come lo facciamo ripartire? “Ci pensiamo poi”. Bel modo di affrontare il problema! Se davvero fermassimo il tempo, capirai, questo “poi” rischierebbe di essere un po’ lontano a venire!». De Grandi se la cavava con uno scuotimento di mano e cambiava stanza.
Allora Poltroni riprendeva la solfa, si girava verso Turi e ripeteva: «Questo, con l’età, si è rincoglionito di brutto!». E Turi, ridendo, rispondeva: «Beh, è comunque un genio. Stiamolo a sentire, Her Professor».
Quel Turi era davvero scemo come pochi. Ma proprio per questo era insostituibile: dove lo avrebbe trovato, il Poltroni, all’interno della comunità scientifica, uno altrettanto scemo? «Che cazzo mi chiami “Her Professor”, che sono di Gioia del Colle?! Ma tu hai capito che danno, se sta cariatide davvero riesce a fermare il tempo senza un’adeguata exit strategy? Sai che significa? Che non se ne va più in pensione, né crepa! Io, di aspettare, mi sono stufato!».

Tra queste piccole difficoltà di relazione, andava avanti la ricerca sulla zeppa spazio-temporale. Un concetto molto semplice, in realtà: si trattava di un enorme puntello quantico da incastrare nella curvatura dello spazio-tempo per farlo inceppare. De Grandi era convinto che bastasse individuare il punto giusto dove fare perno e il gioco era fatto. Datemi una zeppa e vi pauserò il mondo, era il suo motto.
La notte tra il 10 e l’11 luglio 2054, l’illustre professore si sentiva particolarmente, come dire… vispo. O sopra le righe, come lo avrebbe descritto il Poltroni, il quale sosteneva che il maestro fosse un bipolare con frequenti picchi di esagitazione. Questione di punti di vista; si sa che le menti geniali sono spesso limitrofe alla follia. Fatto sta che, quel giorno, o meglio quella notte, l’intelletto del professore era in vulcanica attività e doveva eruttare a tutti i costi. Per ore e ore si erano alternati alla proboscide quantica, sparando nello spazio quantità astronomiche di particelle, materia, antimateria, fotoni, quark, frizzotroni, trisotopi, candeggina e polvere di basilico. Ma nulla, proprio non riuscivano a far incuneare la famosa zeppa nel fulcro dell’universo. Senonché, alle 05.17 in punto, Turi aveva proposto: «Scusate, ma perché, una volta tanto, non fate provare me? Male che va facciamo un altro buco nell’acqua».
A Turi non era stato mai permesso di maneggiare la proboscide. Era un’apparecchiatura troppo delicata e costosa, e lui era troppo un cretino per mettervi mano. Però, quella volta, forse perché estenuati dalla nottata, forse perché ormai pure De Grandi stava perdendo ogni speranza, fecero spallucce in segno di resa. «Metti i guanti protosonici», fu l’unica raccomandazione del maestro. A Turi non parve vero. Tutto eccitato si portò alla cloche e posizionò con cura il mirino proprio sulla X che, con il pennarello laser, De Grandi aveva segnato sulla volta celeste, pochi gradi a destra della via lattea. Certo, Turi era il meno intelligente; però era il più giovane e quello con la mano più ferma. Spinse deciso il grilletto e ZiPPete! Mandò una bella zeppona triangolare di quark e altro formaggio cremoso a incunearsi nel cuore del cosmo.

Il tempo si fermò.

Poi, evidentemente, qualcosa andò storto. Magari la zeppa non resse al peso dell’ingranaggio universale. Non si sa. Ma qualcosa andò storto. Il tempo ripartì, e nessuno si accorse si fosse mai fermato. E il laboratorio esplose. L’umanità non riconobbe mai la grandezza di quella scoperta. Fosse andata altrimenti, De Grandi, a buona ragione, sarebbe stato ricordato come il più grande genio di tutti i tempi.
La beffa, per giunta, fu doppia: la notizia della clamorosa morte del grande scienziato e della sua equipe passò pure in secondo piano. Sulle prime pagine dei quotidiani, quel giorno, campeggiava un’altra e ancor più clamorosa notizia: Venere era ricomparso all’orizzonte, integro come un tempo. Lo aveva fatto alle 05.17 esatte, tenendo fede al suo secondo nome di Lucifero, la stella del mattino.
Il suo biancastro sbrilluccichio fece da lume per la veglia funebre del De Grandi.


Eduardo De Cunto è nato a Benevento nel 1983. Ha condotto studi giuridici e oggi vive e lavora a Bari. V
oleva tuttavia fare anche qualcosa di serio, per cui scrive canzoni, racconti, romanzi.
Recentemente, alcuni suoi racconti sono apparsi sulla rivista Risme e nella raccolta Come salmoni,
a cura della Lorem Ipsum. Collabora ogni tanto con il blog letterario Vita da editor.


Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...