Go néirí an tádh leat

Illustrazione di Giulia Cecchinato

I

Agosto 2019

Quando atterrai a Dublino era venerdì 16 agosto. Me lo ricordo perché era il mio compleanno. Ventinove.
Avevo prenotato una Opel Corsa 3 porte bianca, ma me l’avevano data grigia. Dovevo arrivare a Churchtown, Contea del Wexford, sessanta abitanti sulla costa sud-est, tutta case vittoriane e rovine di chiese antiche foderate di muschio fresco. Da lì allora imboccai la Tur Dubhaín e attraversai distese di campi solitari e terra umida di mare celtico, fino al al faro di Bloom.
Feci da subito una buona impressione al direttore del personale. Senza prenotare niente in anticipo, ero andato in aeroporto il giorno del mio compleanno e avevo detto «Un biglietto per Dublino, parto oggi» alla tipa dietro al desk. Il biglietto costava molto più di quanto l’avrei pagato se avessi prenotato in anticipo. Ovvio. Ma non ne potevo più di essere sempre in ritardo sulla mia vita. Ero partito solo per farmi conoscere come candidato cameriere al ristorante di un faro a cui avevo mandato il curriculum poco tempo prima. Nessuna sicurezza di ottenere il lavoro. Nessuna esperienza certificata nel settore della ristorazione. Quella sera stessa il direttore, guardandomi negli occhi, mi disse: «Hai personalità, ragazzo. È questo che cerco in un candidato». Ma se davvero avessi avuto personalità, sarei arrivato in Irlanda ventisette giorni prima. Il giorno del compleanno di Adele, il giorno del concerto dei Beach House, il giorno del volo mancato.
Raccontai al direttore che in passato avevo accettato di lavorare in nero e per questo non potevo esibire alcuna lettera di raccomandazione. Stronzate. Tutti i ristoranti di Bologna che avevo inserito nel curriculum erano stati oggetto di un doppio controllo. Dovevano essere falliti o comunque aver cessato l’attività. Il direttore replicò: «Vediamo come lavori. Ecco la carta dei vini e questo è il menù del weekend. Sai sporzionare, giusto?»
«Certo», risposi, cercando subito di ricordare tutti gli appunti che avevo preso con Leo, meno di un mese prima.
«Potresti doverti occupare del servizio al guéridon già da domani. Mi serve un commis di sala. In quel caso accompagnerai lo chef».
«Benissimo».
«Puoi rimanere qui stanotte. C’è il concierge notturno che lavora e tu puoi studiare la nostra disposizione di tavoli, piatti e tutto il resto».
«Grazie, signore».
«Buonanotte e go néirí an tádh leat».
Mente gli stringevo la mano lo guardai con aria interrogativa. «Vuol dire buona fortuna in gaelico».

Rimasi sveglio fino alle otto di mattina. Verso le sei meno un quarto diedi un’occhiata fuori dalle finestre della cucina per cercare anche solo una piccola traccia del rosa surreale di cui mi aveva parlato una volta Adele. Ma niente. Per tre mesi interi ci eravamo scritti tutti i giorni su Messenger. Lei mi mandava in privato sempre qualche foto in più rispetto a quelle che pubblicava sulla bacheca di Facebook. Una mattina di giugno mi ero svegliato con l’immagine di un’aurora che s’intravedeva sul mare dietro al suo volto tagliato per metà dalla fotocamera. Mi aveva scritto “Sono nella zona del Wexford, l’alba è diventata surreale dopo questa foto rosa shock. Quando vieni qui andiamo al faro, queste cose le devi vedere dal vivo”. Quella mattina, invece, al ristorante del faro, il cielo era grigio come la mia Opel.
Prima di crollare, scrissi a Leo: «Qui è più tosta di quanto immaginassi».
Alle dieci mi svegliai. Leo aveva risposto: «Spero che quella sera al ristorante sia stata una buona idea».
«Te come va?».
«Domani giorno libero quindi vedo un cliente, la sua galleria è minuscola e si occupa solo di arte antica, ma è un inizio. Nel frattempo ho aperto la partita iva: Leo Ferri S.r.l. suona bene, no? O meglio uno pseudonimo?».

II

Luglio 2019

«Mi hanno detto che sei passato in agenzia per ringraziarmi. Non lavoro più nelle risorse umane, ma mi fa piacere che tu abbia trovato un buon lavoro». Questo è il messaggio che inviai a Leo la mattina del 22 luglio. Lui mi rispose: «Ero passato soprattutto per invitare te (e compagna) a cena al Dalila. Ora lavoro lì. Mi sembrava il minimo per ringraziarti».
Avevo trattato la candidatura di Leo per alcuni giorni. Eccellente curriculum di studi nell’ambito artistico eppure aveva finito i soldi per mantenersi durante i primi di tempi di stage. Quando era arrivato in agenzia era disperato per via dell’intermittenza delle sue prestazioni occasionali. Orari assurdi, retribuzioni scarse. Aveva detto di aver bisogno di stabilità mentre provava a crearsi dei clienti tra le gallerie. La mia collega mi aveva passato le schede di Leo perché credeva che, con il mio background universitario in psicologia dell’arte, io fossi più adatto di lei a inquadrare quel tipo di candidato.
«Ok, ma con la mia compagna la storia è un po’ complicata. Verrò da solo, se non è un problema», risposi.
Alle 20.15 di giovedì 25 luglio eravamo seduti al tavolo di solito riservato al personale del Dalila. Feci i complimenti a Leo per il livello che  era riuscito a raggiungere in pochi mesi. E poi gli raccontai del licenziamento dall’agenzia e del volo che non avevo preso.
Leo disse: «Sei messo com’ero messo io mesi fa. Con una laurea in Belle Arti e due master in curatela a me non sarebbe mai venuta in mente questa storia di fare il cameriere. Ma avevi ragione tu».
«È che mi sembrava potessi avere il giusto approccio ai clienti, educato, ben vestito, sorriso intelligente. E poi ti servivano soldi subito, no?», risposi.
«Ho fatto il minimo. Sei tu che poi sei passato dal ristorantino a conduzione familiare al Dalila».
«La cosa più importante è che grazie a questo salto ora sto riuscendo a mettere qualcosa da parte. Il prossimo passo è aprire la partita iva. Voglio diventare curatore internazionale. E tu perché non cominci da stasera?».
«A fare cosa?».  
«Hai un cameriere del Dalila seduto al tavolo con te e sei disoccupato, no?».
Così Leo chiese una biro al cassiere e mi fece prendere appunti su un tovagliolo per tutta la sera.  Lo dovevo richiudere ogni volta che ci arrivava una portata.  A quel punto avevo imparato cos’erano le clips e le cloche, sapevo sistemare i coltelli a destra del piatto con la lama rivolta verso l’interno e sapevo che i clienti che avrebbero lasciato sicuramente una mancia erano quelli che a fine pasto avrebbero appoggiato le posate a ore 18:30. Leo mi aveva disegnato la posizione di forchetta e coltello sul tovagliolo.

Dopo cena gli offrii da bere. Con un po’ di alcol in circolo riuscii a parlargli del progetto fotografico che avevo messo in piedi a distanza con Adele. Di quanto mi sembrasse pieno di potenzialità e di come avevo mandato all’aria anche quello, cinque giorni prima. Tutto era nato per caso, da quell’alba rosa shock. Qualche tempo dopo, Adele mi aveva scritto che voleva conservarne l’energia. Così aveva comprato un paio di occhiali da sole con le lenti rosa. Ne metteva una sola davanti all’obiettivo della macchina fotografica e scattava. Una volta mi  aveva scritto “Nella parte rosa, i dettagli più belli”. E subito dopo mi era arrivata una foto. C’era un tombino per terra che sembrava avere occhi e bocca aperte in un’espressione stupita. Era un gioco di chiodi e incavi, ma Adele l’aveva catturato nella zona rosa dell’immagine, ne aveva isolato il volto. Aveva dato uno spirito al coperchio di una fogna.
Quando mostrai a Leo alcuni provini che avevo lì con me sul telefono, l’idea di esibire quelle foto in una galleria gli era sembrata niente male. Disse: «Stampiamone una prima selezione in fine art e poi vediamo». E poi aggiunse: «Dobbiamo trovare un filo conduttore», e anche «M’intriga questa del tombino, però proviamo a valorizzare di più i riflessi della pioggia sulle superfici lucide che stanno fuori dal rosa». Mi parlò a lungo dei sottotesti nascosti in quelle immagini, ma a me girava la testa per il Moscow Mule e  riuscii solo a dire «Wow».
Leo era sempre più carico e mi chiese: «Sicuro che stai bene?».
«Sì sì, è che penso all’Irlanda e mi sembra di nuotare in un mare di merda. E poi Adele non è proprio la mia compagna, ora».
«Altro che merda. L’Irlanda è la svolta. Per me e per te, non capisci?».
«In che senso?».
«Sono mesi che vado a Milano nei giorni liberi dal ristorante e mi sento ripetere che Londra, Parigi e pure Milano sono mercati saturi in Europa se voglio occuparmi di arte contemporanea. Ma cazzo, non avevo mai pensato a Dublino».
Chiusi gli occhi un istante. In quel momento avvertii fin dentro allo stomaco la sensazione che Leo e Adele avessero entrambi qualcosa di speciale. Brillavano come due scintille prodotte dall’attrito dei loro sogni con le discontinuità della vita. In qualche modo sapevano come trasformare i percorsi irregolari in deviazioni da seguire per collaudare i limiti della loro esistenza.
«Adesso scegli un posto che non sia troppo lontano da Adele».
«Un faro».
«E quel faro ce l’ha un ristorante?».
«Alright, yeah», dissi sentendo un’energia risalirmi le caviglie.
«Oh, un brindisi alle nostre nuove vite. E sappi che quando ti sei sistemato ti vengo a trovare. Già ti vedo come base per il Nord Europa». Lui continuava a dire parole sensate al momento giusto nonostante fosse parecchio tardi e avessimo già bevuto un bel po’. Io alzai il bicchiere per il brindisi ma già stavo sudando.  Una volta a casa mi addormentai all’istante. Ricordo solo di aver avuto la sensazione di essere una spugna piccolissima in un lavandino gigante. Jung avrebbe detto che ero pronto per lavare i piatti sporchi nel lavandino della mia vecchia vita. Poi mi sono ricordato dei piatti veri nel vero lavandino di casa. Era il turno di Samuel ma, ovviamente, non li aveva lavati.

III

Settembre 2019

Domenica 1 settembre presi l’auto a noleggio e risalii la costa fino ad arrivare a Duncannon per fare una passeggiata sulla spiaggia. Mentre mi spingevo verso il Range Front il cellulare squillò. Era Samuel. Il giorno prima mi aveva scritto che, pure se con calma, doveva cominciare a organizzarsi con la casa, nel caso in cui fossi rimasto in Irlanda dopo il periodo di prova. Ma un temporale improvviso mi costrinse  a correre verso il primo posto al coperto che trovai. Un negozio per turisti. Feci un giro tra gli scaffali. Tra cappelli estivi praticamente inutili e magneti di birre e croci celtiche, fui colpito da un paio di occhiali rosa. Li pagai e li indossai subito. Il temporale intanto si stava allontanando. Col telefono provai a scattare una foto all’arcobaleno che stava prendendo consistenza di fronte a me. Usai una delle due lenti rosa per inquadrare l’albero da cui mi sembrava partissero i raggi di luce. Ma non ottenni granché. Nelle foto di Adele, invece, tutto ciò che rientrava nella parte rosa sembrava sempre più autentico e vivo e allo stesso tempo surreale, rispetto a ciò che ne rimaneva fuori. Ogni volta che lei mi mandava le sue foto in chat, sentivo che avrei voluto abbracciarla, accorciare le distanze, trasferirmi nei suoi occhi. Come fossi riuscito a tenere nascoste tutte queste sensazioni a Samuel per mesi interi, pur vivendo nella stessa casa, non lo sapevo nemmeno io.
Salii in auto e abbandonai la costa. In un’ora e mezza giunsi a Kilkenny. L’indirizzo della villa in cui Adele era stata ospite ce l’avevo appuntato nelle note del telefono. La strada era trafficata, ma la casa risultava isolata dai rumori perché circondata da un ampio giardino. Suonai il campanello, pur sapendo che non ci sarebbe stato nessuno a rispondermi. La famiglia aveva programmato di fare una vacanza negli Stati Uniti in quel periodo. Io e Adele avevamo lanciato mille possibilità in chat su cosa fare a settembre ma alla fine non ne avevamo più scelta nemmeno una. Potevamo noleggiare un’auto e girare tutta l’Irlanda o fare un salto in Scozia, ad esempio. Pensavamo che vederci di persona prima di decidere sarebbe stato meglio. Eppure a quel punto, dopo ciò che era successo, Adele sarebbe potuta anche essere tornata in Italia o  partita per gli Stati Uniti con la famiglia che l’aveva ospitata, per quanto ne sapevo io.
Suonai il campanello una seconda volta. Non so cosa mi aspettassi. Non so cosa volessi dimostrare.. Mi appoggiai al cancello e osservai la piccola finestra della mansarda incastonata nel tetto spiovente: quello che doveva essere stato l’affaccio di Adele sul mondo. Mi ricordai solo in quel momento che prima Samuel mi aveva chiamato e non ero riuscito a rispondere a causa del temporale. Credevo fosse lui, e invece no. Era Adele. Adele che non mi aveva mai più scritto dopo il 20 luglio. Cliccai sul messaggio, che però era solo una fotografia. La metà a destra dell’inquadratura era rosa. La foto era stata scattata dalla finestra di una casa, si capiva dalle ante che ne incorniciavano i lati. Nella parte rosa c’erano un cespuglio a lato di un cancello, una piscina gonfiabile senza acqua e due bambole sull’erba del giardino interno, proprio di fianco alla piscina. L’altra metà della foto invece, quella fuori dal rosa, ritraeva una persona appoggiata al cancello, dalla parte della strada.
A quel punto zoomai la foto, rimasi un po’ di tempo con le dita schiacciate sullo schermo. Analizzai ogni singolo dettaglio. Poi di scatto rilasciai le dita dal display. Iniziai a sentirmi grigio, banale, patetico. Proprio come apparivo in quella foto da lontano. Ma quando riaprii gli occhi, c’era un’altra notifica su Messenger. Pesanti pulsazioni dallo sterno avevano cominciato a risalirmi il collo fino alle orecchie. Rimasi sospeso nel ritmo sordo della mia indecisione per parecchi secondi. Alla fine cliccai. Ma il messaggio stavolta non era di Adele. Era Samuel. Mi aveva scritto “Non è urgente. Ma quando puoi ci sentiamo per la casa? E se poi rimani lì, buona fortuna”.
A quel punto sentii le tempie stringersi e scaraventai il telefono per terra. Il vetro si frantumò. Lo calpestai per spaccarlo in modo irreparabile. Mi voltai verso la strada. Le auto sfrecciavano in entrambe le direzioni come pensieri. Decisi di attraversare ad occhi chiusi.


Davide Ricchiuti (Benevento, 1980) è autore di racconti apparsi su riviste e antologie.
È la voce narrante di alcuni podcast letterari e ospite fisso a Fango Radio nella trasmissione Superfluo. Vive a Bologna.


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