Blackout

Illustrazione di Leo Zeni

«Sentite?», chiese all’improvviso Nonno. Nevica.
Lo guardammo sorpresi – o meglio, guardammo in direzione della sua voce. Non sentivamo niente.
Dalle finestre dietro di noi arrivava la luce fioca delle candele, troppo debole anche per raggiungere il corrimano del nostro poggiolo.
«Come fai a sentire che nevica?».
Nonno sorrise, ma noi non potevamo vederlo. Lo sentimmo sorridere. Così pensammo che, se puoi sentire il sorriso di una persona, puoi anche sentire il suono dei fiocchi di neve che cadono, come puoi sentire la pioggia sulla lamiera del tetto. Allora tendemmo l’orecchio e, in effetti, un rumore c’era, di cotone che si disfaceva sulla terra dura e sull’erba tagliente di freddo. Il rumore crebbe d’intensità. Provammo per qualche minuto, per gioco, a contare al suono ogni singolo fiocco che cadeva, ma poi fu inutile perché ce ne furono troppi e poi fu inutile perché non ce ne fu più nessuno.
«Ha smesso?», chiedemmo.
«No», rispose Nonno. «Ora è così forte che non si sente più».

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Nonno diceva che nevicava tutti i giorni. Era bravo ad accorgersene e non potevamo far altro che credergli sulla parola, fino a quando io e Beatrice iniziammo a giocare al suo stesso gioco e diventammo bravi quanto lui. Sorridevamo orgogliosi quando Mamma e Papà si mostravano stupiti dalla nostra bravura.
Nonno diceva che aveva nevicato tutti i giorni dal blackout, che con una nevicata era iniziato. Nel pomeriggio di Santo Stefano io e Beatrice eravamo corsi fuori a giocare sotto i primi fiocchi di neve, ma in breve la nevicata divenne una tormenta e Mamma e Papà ci richiamarono in casa. Eravamo comunque eccitati, e guardammo la città scurirsi sotto la neve, che da bianca si faceva azzurra con l’avanzare della sera. Il cielo ci stava calando sulla testa lentamente, come la pressa di un tritacarne. Nevicò per tutta la sera, finché fu buio del tutto, finché la luce saltò e non tornò più.

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La prima notte di blackout andammo a letto elettrizzati, lasciando che le candele che avevamo disposto qui e lì ci aprissero la strada; fu molto strano, perché la casa di cui conoscevamo ogni singolo centimetro ora ci appariva totalmente diversa, deformata alla luce della fiamma, piena di antri nascosti che la fiamma non poteva dissipare, ma solo spostare, come fossero passaggi meccanici di un tunnel stregato.
Quando ci svegliammo, credemmo che fosse ancora notte, ma i nostri orologi indicavano la mattina. La luce non era tornata in casa, e questo potevamo capirlo. Che non fosse tornata neppure fuori, però, era più difficile da digerire.
Mamma, Papà, Beatrice e io ci incontrammo in salotto confusi. Quando ci affacciammo al balcone e trovammo un’oscurità talmente nera, talmente priva di qualsiasi imperfezione da non poterla neppure definire notte, la nostra confusione divenne paura – per quanto Mamma e Papà non lo dessero a vedere, e Beatrice si sentisse in dovere di fare lo stesso.
Dopo pochi minuti, ci raggiunsero Nonno, Zio e Zia; allo sbattere della porta trasalimmo tutti, tradendo le nostre vere emozioni. Zio aveva in mano un paio torce elettriche; ne diede una a me e Beatrice, e ci sentimmo un po’ meglio.
«Cosa sta succedendo?», chiese qualcuno.
«Non capisco. È come se il sole si fosse spento», tremò qualcun altro.
«È come se fosse coperto», preferì pensare qualcun altro ancora, meno catastrofico, più pragmatico.
«È come se il mondo, lì fuori, non esistesse più».
Non ebbi difficoltà a riconoscere quest’ultima come la voce di Beatrice. Mentre noi ce ne stavamo in cerchio, lei guardava fuori dalla finestra.
Zio andò da lei e le posò una mano sulla spalla. Poi, colto da un’idea improvvisa, disse: «Torno subito», e sparì. Tornò con una scatola di fiammiferi. Vieni con me, disse a Beatrice, e li seguimmo tutti. Ci portò fuori sul balcone, che dava su quel buio alieno e spaventoso. Beatrice mostrò segni di disagio, ma Zio la rassicurò.
«Guarda».
Strappò dalla stecca due fiammiferi attaccati e li accese entrambi. «Con una fiamma più forte», spiegò, «non dovrebbero spegnersi se faccio…».
«Se fai?»
Zio coccolò la fiamma fino a quando fu grande abbastanza, poi la lasciò cadere oltre il corrimano. La piccola cometa arancione planò lenta ma decisa, e dopo qualche metro si posò sulla neve. La fiamma illuminò, per pochi istanti, una manciata di centimetri gialli e arancioni di neve soffice, per poi spegnersi sfrigolando.
«Lo vedi, che il mondo esiste ancora?», disse Zio.
«Sì. Ma noi che facciamo?».

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Aspettammo. Mentre i nostri orologi andavano avanti, il tempo restava fermo. Ci coricavamo al buio, ci alzavamo al buio, mangiavamo al buio, vivevamo al buio. Quando ci svegliavamo nella stessa oscurità in cui ci eravamo addormentati, ci sembrava di aver dormito per giorni, oppure solo per pochi minuti. Passavamo molto tempo assieme, uniti dalla confusione e dalla paura del buio, vecchia come l’uomo, ignorata e accantonata, tornata finalmente a far parte della nostra natura. Le candele erano più numerose, ora. Le avevamo disposte sul tavolo della cucina, sui mobili accanto ai letti, sulle scale, che sembravano una pista d’atterraggio con quelle lucine regolari ad indicare la via. L’odore di cera era onnipresente, sembrava di essere in chiesa.
«Vado fuori».
Durante uno di quegli interminabili giorninotte, Zio prese quella decisione. Pensammo di protestare, di dirgli di aspettare che la luce tornasse. Ma perché, poi? La sua idea era logica e sensata. Dare un’occhiata in giro. Capire cos’era successo al mondo. Cercare vittime. Cercare soccorso. Capire.
«Vengo con te», disse Papà.
«Non se ne parla».
«Non se ne parla che ti lasci andare da solo».
«Se dovesse succedermi…».
«Se dovesse, sarà il caso che ci sia qualcuno con te».
Ne discussero a lungo. Infine Zio sospirò e si arrese. Si vestirono, presero le torce, uscirono da una porta e poi da un’altra. I coni di luce balenarono in tutte le direzioni, rimpicciolendosi. Li seguimmo con lo sguardo finché potemmo, mentre tracciavano in negativo i profili degli oggetti che circondavano la nostra casa. Un palo della luce senza luce, una cassetta della posta piena di neve, un albero, un altro albero. Dopo un po’ non li vedemmo più.

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Attendemmo con ansia e in silenzio; nessuno trovava parole di conforto per gli altri, perché ognuno giustificava il proprio silenzio con un’apprensione troppo grande per poterlo infrangere. A un certo punto, sentimmo una porta sbattere; Papà tornò da solo. Ci accalcammo attorno a lui, per poi allontanarci, come per istinto, di fronte al freddo alieno che emanava, a quell’odore selvatico di vento e ai suoi occhi febbrili, che sbattevano e soffrivano, ipersensibili anche alla debole luce delle candele. Solo Nonno, anziché arretrare, avanzò ancora, dando voce alla domanda che avevamo tutti in mente.
«Dov’è tuo fratello?», chiese con voce tremante.
Papà sembrava paralizzato. All’ombra delle fiammelle, le sue pupille erano due buchi neri.
«Dio santo, dov’è?», urlò Nonno.
Avevano iniziato bussando alle case dei vicini, ma non aveva risposto nessuno. Avevano continuato con le case di amici e poi di conoscenti, quindi avevano provato con qualunque abitazione trovassero sul loro cammino. Bastava ci fosse qualcuno, chiunque, a cui chiedere cosa stesse succedendo, anche se magari quel qualcuno non avrebbe saputo rispondere; sarebbe stato sufficiente vedere un volto impaurito con cui condividere confusione e smarrimento. Fu inutile. Presero allora a camminare senza meta, esplorando la nostra città come il luogo sconosciuto che era diventata, e ben presto furono lontani da casa. Quanto lontani, era difficile a dirsi. Le torce strappavano all’oscurità nuovi dettagli, edifici e strade come lettere da una busta chiusa. Ci misero un po’ a rendersi conto che luce e buio si comportavano stranamente, perfino in un contesto nel quale la luce naturale era sparita in modo così innaturale: il buio era più pesante, solido, e la luce delle torce sembrava galleggiarvi dentro lentamente, come olio sull’acqua, e sembrava lottare per rimanere a galla e non sparire. Così Papà e Zio presero ad agitare le torce, un po’ per sottrarre la luce alla presa del buio, un po’ nello sciocco tentativo di scacciare e fendere quest’ultimo, che si stringeva loro addosso. Sentendosi insidiati, si agitarono sempre di più, fino a dar vita a un ballo frenetico in cui le torce saettavano in ogni direzione. Le loro facce apparivano e sparivano nei brevi istanti in cui i fasci di luce vi si rifrangevano; finché la torcia di Papà andò a illuminare il punto in cui fino a un secondo prima si trovava Zio, senza trovarlo. Né lo trovò un centimetro o un metro più in là. Papà sussurrò il nome dello Zio, poi lo urlò forte, ma gli parve che il suono, alla pari della luce, venisse assorbito dalla notte. Lo cercò per ore; finché il silenzio e il buio furono così terrificanti che quasi non osava respirare, fino a quando – vergognandosene – si sorprese a provare sollievo quando la torcia illuminava il nulla, anziché gli orrori che la sua mente immaginava. In un modo o nell’altro, senza sapere dove stava andando, era riuscito a tornare a casa.
Eravamo pietrificati. Fu in quel momento che il nostro mondo cambiò: con la scomparsa dello Zio, la situazione in cui ci trovavamo ci piombò addosso di colpo, e allo smarrimento subentrò una paura dalla cui paralisi neppure la preoccupazione per lo Zio poteva sottrarci. 
Nonno fu il primo a reagire. Indossò la giacca, strappò la torcia ancora accesa dalle mani di Papà e si diresse alla porta.
«Fermo, cosa fai?».
«Vado a cercare mio figlio».
«No!».
«Vengo anch’io…».
Zia fece per seguirlo, ma lui la respinse in malo modo. «È pericoloso», disse. Lanciò un’ultima occhiata a Papà, quindi uscì. Papà alzò un braccio, poi lo lasciò ricadere, senza forze. Non potevamo biasimarlo se non voleva andare là fuori un’altra volta.
Dopo un tempo che non riuscimmo a calcolare, la porta sbattè di nuovo e Nonno riapparve. Era solo. La pelle del suo viso era sfaccettata come un diamante per via della neve, del sudore freddo, e forse delle lacrime che vi si erano cristallizzati. Una candela si spense con un sibilo. Ci guardò con gli stessi occhi vuoti che aveva Papà quand’era rientrato. Si tolse la giacca tremando e, senza dire una parola, andò in una stanza al piano di sopra, dove sarebbe rimasto per giorni, senza voler vedere, né parlare con nessuno.

****

Nonno riemerse dal proprio isolamento per gradi. All’inizio facendosi vedere solo da me e Beatrice; ci insegnò ad ascoltare la neve e restava ad ascoltarla con noi, o meglio faceva finta, perché non lo interessava tanto la neve, quanto quel buio a cui dava la colpa di tutto, e che guardava con rabbia e odio, quasi cercando di dissiparlo con il rancore dei suoi occhi lucidi.
Con cautela, quasi avesse a che fare con degli estranei, si reintegrò col resto della famiglia. Solo con Papà il suo atteggiamento restava freddo e ostile.
Chi altri ci creava problemi, era Zia; impedirle di uscire a cercare il marito scomparso ci costava sforzi enormi e attenzione costante. Ci pregò, ci maledisse, ci insultò e pianse, tentò di fuggire con la forza e con l’astuzia, ma non cedemmo. Per quanto ci sentissimo in colpa a trattenerla anziché aiutarla, sapevamo che era la cosa giusta. Limitare le perdite, tutto lì.
Alla fine cedette, o così credemmo. Smise di guardar fuori dalla finestra ogni volta che gliene capitava una, rimase lontana dalla porta. Ci fece abbassare la guardia. Un giorno non la trovammo più; sapevamo che era andata a cercare Zio, e che non sarebbe più tornata. Quella nuova perdita sembrò far sì che Nonno si riprendesse del tutto. Ci radunò attorno alle candele, come l’anziano capo di una tribù d’altri tempi, di mondi lontani.
«Dobbiamo restare uniti», disse. «Dobbiamo restare qui. Fino a quando capiremo cosa sta succedendo».
«Potrebbe non succedere mai», obiettò Papà.
«Allora resteremo qui fino a quando ci sarà possibile», rispose seccamente Nonno. «Fosse anche per sempre. Ci inventeremo qualcosa».

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Ma non c’era nulla da inventare, e non ci sarebbe stato possibile rimanere lì per sempre. Certo, avevamo imparato a farci bastare quel che avevamo, e a rimpiangere in silenzio quello che avevamo perso. Beatrice possedeva un walkman a batterie che presto si esaurirono. Condivise con me l’ultimo alito di vita dell’apparecchio. Una canzone che parlava di giornate luminose e perfette fu l’ultima traccia di musica che sentimmo. Nei giorni successivi, ci capitò di canticchiarne qualche passo a mezza voce, prima di addormentarci. Poi ci scordammo le parole. Aumentammo il numero di candele. Ci circondavano, ci guidavano, a volte ci prendevano in giro quando ci voltavamo di scatto e la fiamma diventava una scia, cambiando posizione, disorientandoci per gioco.
E avevamo la legna, legna in abbondanza per tutto l’inverno – sempre la divisione del tempo in stagioni significasse ancora qualcosa. Il vero problema era il cibo. Non soffrivamo la fame, o perlomeno tutti si sforzavano perché io e Beatrice non la soffrissimo, ma capivamo dai loro discorsi segreti che era solo questione di tempo prima che il cibo terminasse. Ogni tanto si sollevava, con timidezza e timore, la proposta di uscire. Perché il mondo esterno era chiaramente spaventoso e letale, ma anche morire di fame non era una prospettiva allettante. Era su quel fronte, solo su quello, che Papà e Nonno si schieravano uno accanto all’altro, nella cieca determinazione di far cadere simili proposte: morire di fame, dicevano, era meglio che affrontare il buio esterno. Dovevamo credergli.
Ci fu poi un imprevisto, qualcosa che, nella situazione disperata in cui ci trovavamo, non avremmo creduto possibile: stretti al buio, sempre assieme, sempre vicini a qualcun altro, ci stavamo stancando gli uni degli altri. Invece di provare il desiderio di avere qualcuno accanto che ci proteggesse dal mondo ostile che stava fuori, sentivamo la capricciosa necessità di starcene da soli, rifuggendoci a vicenda. Io e Beatrice eravamo sempre stati una cosa sola, e questo non cambiò neppure in quei giorni, ma per gli altri era diverso. Cercavano un angolo in cui nessuno li disturbasse; anche solo per pochi minuti all’inizio, ma poi i minuti si dilatarono in ore, finché il tempo che passavano – che passavamo – assieme si ridusse a una triste e casuale formalità.
Così accadde che, mentre io e Beatrice stavamo sul balcone a dar la caccia alla neve, ci capitasse di ricevere visite. Non solo Nonno, ma anche Papà e Mamma ogni tanto uscivano e si mettevano in piedi accanto a noi, rigidi come pali. Solo col tempo iniziarono ad appoggiarsi al corrimano, che prima sembravano temere come se fosse troppo vicino al buio, come se, sporgendo appena un po’ un dito, il buio gliel’avrebbe portato via. Capitò che ci trovassimo tutti assieme e in quei momenti Papà e Nonno sembravano meno distanti, forse perché il modo in cui guardavano il nero che li circondava era identico.
Un giorno accadde che il panorama uniforme che ci stava davanti fosse interrotto da un elemento diverso. Non potevamo crederci, pensammo che i nostri occhi, a furia di fissare il nero, fossero stati ingannati, come ci si immagina un movimento illusorio nello specchio che si è guardato troppo a lungo. Ci era sembrato di vedere – impossibile dire quanto lontano – una luce.

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Pareva che la luce giocasse con noi, sottoponendoci a una prova: all’inizio non si presentò mai quando eravamo tutti assieme, si faceva vedere da uno di noi e basta, così che, quando si provava a raccontarlo agli altri, questi non ci credevano. Dopo un po’ capitò che il Nonno fosse lì con me e Beatrice durante un avvistamento, e il dubbio lasciò posto alla speranza. Non ci credemmo davvero fino a quando non lo vedemmo tutti assieme. Quando accadde, non osammo respirare, per paura che il nostro fiato potesse spegnere quella piccola fiamma, distante da noi un intero mondo.
Avremmo dovuto essere sospettosi, sospettosi di qualunque cosa, perché il buio ci aveva plasmati ed era diventato parte della nostra quotidianità. Ma la luce, così estranea al mondo che si era imposto su di noi, fu una novità troppo grande per ignorare la speranza che portava.
Ne studiammo i comportamenti, che ci confondevano e respingevano ogni nostro tentativo di definirli. Appariva e scompariva a intervalli di tempo e di spazio irregolari; a volte era tanto vicina che credevamo di poterne vedere il portatore, altre volte era distante come un satellite; a volte si riaccendeva pochi minuti dopo essersi spenta, altre volte si faceva attendere per giorni.
Giungemmo alla conclusione che, chiunque fosse il portatore di quella luce, doveva essere nella stessa situazione in cui si erano trovati Papà, Nonno e Zio quand’erano usciti in esplorazione. Solo, mezzo cieco, alla ricerca di segni di vita, senza sapere come e dove trovarli – l’ipotesi che potesse davvero trattarsi di Zio o di Zia o magari di entrambi ci era venuta in mente, ma non osavamo darle voce.
Restammo in rispettoso silenzio nei confronti del calvario del tedoforo, chiedendoci come aiutarlo. Uscire a cercarlo era fuori discussione, urlare ci spaventava.
Fu Mamma a trovare l’idea giusta. Lei, che aveva aspettato impotente per ben due volte mentre prima il marito, poi il padre uscivano lasciandola nell’angoscia, trovò la soluzione più naturale.
«C’è bisogno di un faro».

****

Costruimmo una torcia con un pezzo di legno alla cui estremità applicammo un panno imbevuto d’alcol, e lo piantammo sul balcone. Quando l’accendemmo, il fuoco e il fumo ci ferirono gli occhi ma, una volta abituati, la vista di quella fiamma calda e potente ci commosse profondamente. Davanti alla luce e al calore, nuovi e così potenti, la nostra solitudine sembrava svanire, così come l’assurdo bisogno di starcene da soli. Ci eravamo prefissati dei turni di guardia – io e Beatrice eravamo esaltati da quell’incarico di grande responsabilità – ma ben presto scoprimmo che nessuno voleva perdersi il momento in cui avremmo rivisto la luce misteriosa.
Non dormimmo per giorni, credo – i giorni avevano perso importanza e significato – e restammo ad aspettare. La luce comparve, poi sparì di nuovo. Ricomparve un po’ più vicina, si nascose, si avvicinò ancora. Stava seguendo un percorso: stava seguendo noi.
Era difficile mantenere la lucidità di fronte all’aspettativa, era difficile capire se ora la luce fosse davvero un po’ più grande rispetto alla volta precedente, o se magari gli occhi e l’esaltazione ci stavano ingannando. Ma dopo un po’ capimmo che non ci si poteva sbagliare: quelli che ci erano sembrati chilometri si erano fatti metri: la luce poteva trovarsi a una cinquantina di metri da noi. Sulla neve, pochi metri più in basso rispetto a dove ci trovavamo.
Ci chiedemmo cosa sarebbe successo ora: sarebbe scomparsa per poi riapparire direttamente sotto di noi, oppure avrebbe avanzato lentamente, un metro alla volta? Avremmo sentito una voce? Chi avremmo visto reggere la fiamma?
Le nostre domande persero ogni importanza quando sentimmo il suono, e la nostra speranza si spense come se qualcuno vi avesse soffiato sopra. Il suono era un gemito, un lamento. Col senno di poi, quale altro suono sarebbe potuto provenire dal buio insondabile che ci avvolgeva? Un lamento che sapeva di freddo, di vuoto, di notti in cui ci si perde e non si riesce a tornare a casa.
Rimanemmo immobili, mentre il suono calava e poi si sollevava di nuovo come una sirena. Non osavamo parlare, né guardarci. La luce non si muoveva, ma temevamo di attirare la sua attenzione; com’era ridicolo, adesso, grottesco, pensare che attirarla fosse stato il nostro scopo finora. Allora Papà afferrò la torcia e la gettò lontano, oltre il parapetto, nel buio. Questa descrisse numerosi archi fiammeggianti che lottavano col nero circostante come un coltello può lottare con l’acqua, per poi atterrare nella neve a qualche decina di metri da noi. Lì la fiamma si ribellò per un po’, sciogliendo e sfrigolando, finché si arrese con un sibilo indignato.
Guardammo nel vuoto, e vedemmo che la luce era sparita. Trattenemmo il respiro, come aspettandoci di vederla comparire da un momento all’altro davanti a noi, o alle nostre spalle; ma non accadde. Tornammo dentro.

****

Quel terrore se non altro ci fece dimenticare quelle urgenze che ci spingevano ad abbandonare il nostro rifugio. L’aria stantia e opprimente, perfino il cibo che scarseggiava ogni giorno di più, non erano nulla a confronto della minaccia senza forma che ci aspettava oltre le mura di casa. Non aprimmo più la porta del balcone, non ci affacciammo più sul buio. Sentivamo il lamento ogni giorno ormai, tremando quando sembrava avvicinarsi, sospirando di sollievo quando appariva più distante.
Capitava, però, che ci affacciassimo al vetro, tutti assieme, nell’ombra patetica della speranza che avevamo provato, formando in qualche modo il nucleo che eravamo stati quando credevamo ancora che la luce fosse una cosa buona.

****

Presto ci rendemmo conto che, vicino o lontano, il lamento ci snervava, ci logorava. Iniziammo a stare lontani dalla porta-finestra, da tutte le porte e da tutte le finestre, e dove c’erano imposte da chiudere, pesanti piastre d’armatura in legno, le chiudemmo. Il lamento si fece ovattato e quasi mite. Ci facemmo forza nel credere che quella sicurezza fosse piacevole come ascoltare un temporale che non può penetrare le solide difese di un tetto solido e ben isolato. Ma il temporale che ci minacciava era abbastanza forte da farlo.
Un violento colpo si abbatté al piano di sotto, forzando i cardini del portone; per la prima volta da tanto tempo sentimmo il vero suono delle nostre voci quando urlammo all’unisono.
Al secondo colpo ci zittimmo e ci guardammo l’un l’altro. Il dubbio era ancora lecito; non potevamo permettercelo, ma ancora una volta non ce ne negammo il lusso: poteva trattarsi di qualcuno nelle nostre condizioni, qualche altro disgraziato che…
Il terzo colpo fece vibrare le pareti e, come il tuono segue il lampo, pochi istanti dopo arrivò il lamento. Penetrava i pori del legno e della muratura, si infiltrava fra le fessure. Sentii che Beatrice, accanto a me, singhiozzava, e mi affrettai a circondarla con le braccia.
Al quarto colpo capimmo che non c’era tempo da perdere. Deglutimmo il groppo di panico che ci otturava la gola e ci precipitammo di sotto, formando una barricata umana a rinforzo del portone. Sentimmo i nostri corpi e i nostri vestiti, i nostri odori e sentimmo il legno. Sentimmo il colpo successivo direttamente nelle nostre ossa; quello successivo per poco non ci sbalzò via. Arrivò di nuovo il lamento, e dovemmo lottare contro il desiderio di coprirci le orecchie con le mani.
Ciò che cercava di entrare sembrava guadagnare forza a ogni carica; noi invece sentivamo che avremmo ceduto presto e sapevamo che lo stesso valeva per la porta. Mentre le nostre braccia iniziavano a tremare e i nostri piedi a slittare, Papà sembrò essere colto da un’idea.
«Tenete duro», disse, e corse su per le scale.
Quell’assenza improvvisa ci gettò nel panico; in quelle condizioni fu quasi una fortuna che la nostra paura ci tenesse incollati alla porta. Con lo sguardo fisso su di essa e la testa abbassata come quella di un toro, Nonno urlò a Papà parole che sembrava tenersi dentro da sempre.
«Scappi anche stavolta, eh?».
In quel momento ebbi più paura di lui, della sua furia velenosa e dei suoi occhi, così cattivi, di quanta non ne avessi di ciò che si trovava oltre la porta; il suo viso era illuminato – lo notai solo in quel momento – da una luce calda di fiamma che filtrava dai cardini, che si avvicinava ad ogni colpo e si allontanava ad ogni momento di tregua.
Con la coda dell’occhio vidi anche Papà che si fermava per un attimo sotto il peso delle parole del Nonno; poi serrò le labbra e continuò a salire, sparendo.
Poi un gran fracasso si levò sopra le nostre teste; il fracasso sbatté e si trascinò sopra di noi, per farsi più forte in prossimità della porta del piano superiore e poi uscirne. Papà stava trascinando con gran fatica un pesante armadio di legno, aiutandolo come poteva a scendere le scale, cozzando e rotolando a ogni gradino, lasciando cadere vestiti e ciarpame lungo il percorso. Per poco l’armadio non ci travolse, mentre Papà gridava «Spostatevi!», e noi ci scansammo proprio mentre il mobile ci piombava addosso, andando a incastrarsi davanti alla porta nell’esatto momento in cui da fuori arrivò il colpo che avrebbe sbaragliato la nostra resistenza.
L’urto spostò l’armadio di alcuni centimetri e ci affrettammo a sospingerlo sulla porta.
«Non basta», mormorò Papà.
Allora Beatrice seguì l’esempio di Papà e corse di sopra, mentre io e Mamma la seguivamo; Papà e Nonno restarono a puntellare l’armadio. Mi parve che in quel momento, stretti fianco a fianco, che la distanza che si era creata fra loro stesse scomparendo definitivamente. Del resto, poteva essere l’ultima occasione per far sì che ciò accadesse.
Corremmo su e giù per le scale finché il capogiro della velocità e della fatica trasformò le candele in un caleidoscopio attorno a noi; ogni volta portavamo di sotto una sedia o un piccolo mobile, finché finimmo per depositare sulla barricata oggetti piccoli e apparentemente inutili allo scopo, che però ci rassicuravano e ci davano forza: giocattoli, libri, tesori di famiglia che posavamo come se fossero totem o feticci, perché non sentivamo più ciò che stava provando a entrare come una semplice forza fisica; era qualcosa di più, e con qualcosa di più dovevamo difenderci.
Ci stringemmo ancora una volta addosso alla barricata che era diventata un altare, e resistemmo. I colpi iniziarono a perdere forza e convinzione, la casa smise di tremare. Restammo attaccati all’altare e gli uni agli altri ancora a lungo, anche quando i colpi cessarono del tutto.

****

Nei giorni successivi il lamento si fece sentire ancora, preceduto dalla sua luce; un paio di volte provò ancora a entrare, ma i suoi tentativi ci parvero via via meno convinti, fino a che cessarono. Dopo un po’ non sentimmo più il lamento, e dopo poco ancora sparì anche la luce. Chiunque ne fosse il portatore, doveva essersi cercato qualcun altro da tormentare. Provammo pena per loro, ma poi pensammo che probabilmente “loro” neanche esistevano.
Eravamo al sicuro ed eravamo in trappola. Col senno di poi ci sembrava che la nostra ultima battaglia fosse stata quasi un diversivo ai veri problemi che ci opprimevano: dovevamo andarcene.
Mamma propose di nuovo di uscire. Sembrava una follia, io e Beatrice avevamo paurissima; ci saremmo resi conto solo più tardi che Mamma era forse l’unica a non essere impazzita. Nonno continuava a opporsi; Papà a sua volta non sembrava convinto – l’antica paura non lo aveva lasciato – ma sapeva che non avevamo scelta. Di fronte alla verità dei fatti anche Nonno avrebbe ceduto, e lo sapeva. Forse fu per questo che Nonno adottò un’ultima forma di disperata resistenza, tornando ad isolarsi nella sua stanza e rimandando l’inevitabile. Ma non potevamo permetterci di rimandare nulla. Papà voleva seguirlo, portarlo giù con la forza, ma Mamma lo trattenne e salì al suo posto. Sparì fra le candele, fra piccole fiamme ed esili fili di fumo, aprì una porta invisibile e la richiuse. Ci furono bisbigli e parole ferme, rantoli terrorizzati e silenzio. Mamma rimase per ore col Nonno, finché la porta si riaprì e scesero assieme, lei col viso fermo di una statua, lui che la seguiva, con le due mani strette attorno al braccio di Mamma, curvo e piccolo come un bambino.
Mamma lasciò che noi tutti ci preparassimo mentalmente, mentre lei si faceva forza gestendo il lato pratico della situazione. Zaini e borse, oggetti di prima necessità e ninnoli superstiziosi disposti col rigore con cui ci si prepara alla guerra.
Quando fu il momento di uscire, soffiammo su tutte le candele, lasciandoci alle spalle una scia di fumo che si perdeva nell’ombra. La casa si spense dalle nostre stanze fino alle scale, al punto che l’ultimo punto illuminato fu la vecchia barricata, che ora più che mai somigliava a un altare.
Iniziammo a smantellarlo. A ogni pezzo rimosso ci sentivamo più vulnerabili, ma anche più leggeri. Nonno era l’unico che, per contro, sembrava caricarsi del peso di tutti gli oggetti che toglievamo, come se li stessimo depositando addosso a lui. Quando la porta fu sgombra, guardammo il nostro operato; era una vista desolante, ma aveva un che di necessario e, in definitiva, giusto.
La maniglia che ci stava di fronte, un piccolo corno d’ottone freddo e insignificante, sembrava così grande, inamovibile. Ci guardammo a lungo l’un l’altro, cercando il coraggio di abbassarla. Con nostra sorpresa fu Nonno ad avvicinarsi e, sorridendoci, abbassò la mano con semplicità disarmante. Se anche avessimo avuto un ripensamento, se anche avessimo voluto fermarlo, non avremmo fatto in tempo: con una rapidità che non permetteva indecisioni, Nonno aprì la porta. L’aria fredda e nera ci soffiò addosso. Dopo un primo istante in cui le nostre gole bruciarono a contatto con un gelo che non sentivamo da tanto tempo, ci sorprese una sensazione piacevole, rinvigorente: le nostre menti si schiarirono guardando e respirando senza filtri l’oscurità.
Uscimmo barcollando, calpestando il terreno a tentoni, come dei ciechi. I nostri piedi, abituati al legno rigido, incespicavano nella neve cedevole. Un primo cerchio ghiacciato ci strinse le dita e i talloni. Accendemmo delle torce. A me e a Beatrice ne furono date due come quella che avevamo acceso sul balcone, tanto tempo prima. Papà e Mamma erano convinti che ci avrebbero distratti dalla paura che inevitabilmente avremmo provato.
Ci voltammo per cercare Nonno, ma proprio in quel momento la porta sbatté, separandolo da noi. Ci fiondammo sulla porta, bussammo e spingemmo, ma non c’era modo di aprirla. Chiamammo Nonno a gran voce, ma dalla porta illuminata da nuove fiamme, sempre più numerose, non giungeva risposta. Sui muri neri della casa si disegnarono le sagome rettangolari delle finestre, tingendosi di una tenue e mutevole luce arancione: Nonno sarebbe rimasto.
Ci sgolammo, ci riempimmo di lividi contro il legno, ma fu inutile. Per un istante ci sembrò che le nostre voci si fossero tramutate in un lamento simile a quello che ci aveva infestati per così tanto tempo, chiuso fuori con tutti i nostri sforzi. Capimmo infine che non c’era nulla che potessimo fare.
Fu strano: provammo di nuovo il paradossale miscuglio di leggerezza e oppressione che avevamo provato spegnendo le candele, smantellando la barricata. Ce ne andammo.
I nostri passi, dapprima impacciati su quel terreno che vedevamo a fatica, le cui luci e ombre si spostavano sotto i nostri piedi, si fecero più sicuri. Iniziammo a respirare con naturalezza quell’aria fredda, densa e leggera assieme. Il timore di trovarci faccia a faccia con quella cosa che aveva provato a entrare in casa nostra, la paura di sentirne il lamento, svanirono mentre ci abituavamo al mondo che ci circondava e ci chiedevamo cosa avremmo trovato lì in mezzo.
Mamma e Papà camminavano avanti, mentre io e Beatrice ci perdevamo nella meraviglia del buio che ora non sembrava più così terrificante; piuttosto alieno, strano, vergine. I nostri passi accelerarono, finché facemmo fatica a restare uniti e il piccolo serpente luminoso che avevamo formato si disperse in uno sciame di lucciole.
Volevo gridare «Aspettate!», «Fermatevi!», ma per qualche motivo mi sembrava che non avesse senso. Papà si allontanò e la sua luce si indebolì fino a scomparire. Per qualche istante sentimmo ancora i suoi passi rimbombare macinando la neve, rapidi e gioiosi, finché l’oscurità li inghiottì. Mamma sparì in direzione opposta. Nell’ultimo istante in cui la vedemmo, ci parve che stesse sorridendo.

Io e Beatrice ci tenevamo ancora per mano, mentre la nostra luce restava l’ultima a splendere. Immagino che avremmo dovuto aver paura, ma non era così. Se tendevamo l’orecchio, potevamo ancora sentire dei passi in lontananza, giocosi, pieni di curiosità e aspettativa.
Ci chiedemmo se ci servissero davvero le torce. Se era vero che non avevamo più paura – ed era per scacciare la paura, più che il buio, che ci servivano – non erano più di alcuna utilità. Decidemmo che sarebbe stato più divertente senza, e le gettammo. Corremmo via mentre, dietro di noi, si spegnevano lentamente nella neve, illuminandola un’ultima volta.


Nicola De Zorzi


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